Comunicati Filctem e CGIL

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http://www.rassegna.it/articoli/referendum-una-vittoria-nel-merito 

 

Referendum: una vittoria «nel merito»
05 dicembre 2016 ore 09.03
Per Susanna Camusso va sottolineato lo sforzo della Cgil di condurre una campagna elettorale sui contenuti dell'ipotesi di riforma, a difesa della Costituzione. Soddisfazione anche dall'Anpi: "Ora finalmente si potrà pensare ad attuarla la nostra Carta"
 
camusso, referendum costituzionale

“Grazie a compagne e compagni Cgil per una campagna difficile mantenuta sul merito della difesa della nostra Costituzione, ora ‪#cartadiritti". Eccolo il primo commento di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, al risultato del referendum costituzionale che ha visto prevalere con il 59,11% dei voti il NO all’ipotesi di modifica della Carta Costituzionale. Un commento affidato a un tweet nel quale Camusso sottolinea la scelta della sua organizzazione, quella di prendere posizione in maniera chiara, ma in piena autonomia, valutando cioè esclusivamente il merito dell’ipotesi di modifica della Costituzione.

LEGGI IL DOCUMENTO: “Le ragioni della Cgil per votare NO”

Un concetto ribadito a stretto giro, sempre via twitter, anche da Gianna Fracassi, segretaria confederale Cgil: “Abbiamo tenuto una posizione sul merito della riforma a differenza di altri – afferma Fracassi - La storia della Cgil non si cancella!‬”. Mentre per Serena Sorrentino, segretaria generale della Fp Cgil, “Ha Vinto la Democrazia", perché "quando il popolo può scegliere boccia cattive riforme”. E lo sguardo, anche per Sorrentino, va subito rivolto al futuro, ovvero alla proposta di legge sulla Carta dei Diritti e ai referendum abrogativi promossi dalla Cgil.

 

Da segnalare anche il commento dell’Anpi, compagno di viaggio della Cgil, insieme anche all’Arci, in questa campagna elettorale. “Ancora una volta ha vinto la Costituzione, contro l'arroganza, la prepotenza, la mancanza di rispetto per la sovranità popolare e i diritti dei cittadini”, scrive il presidente dell’associazione Partigiani, Carlo Smuraglia. “Noi che abbiamo fatto una campagna referendaria rigorosa, sul merito, con l'informazione e il ragionamento, siamo felici e orgogliosi di questo successo. Ora finalmente si potrà pensare di attuare la Costituzione nei suoi principi e nei suoi valori fondamentali, per eliminare le disuguaglianze sociali, privilegiare lavoro e dignità della persona, per riportare la serietà, l'onestà e la correttezza nella politica e nel privato”, aggiunge Smuraglia, che conclude:”Questa è una vittoria anche dell'ANPI, ma soprattutto della democrazia e ripeto, con forza, della Costituzione”.

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E. Miceli Filctem Cgil

 

http://www.ildiariodellavoro.it/adon.pl?act=doc&doc=61890#.WCGUvOHhDq1

CONTRATTI

Miceli, preoccupante tendenza a separare il salario dalla contrattazione

CONTRATTI
 
“C’è una preoccupante tendenza a separare il salario dalla contrattazione. Intenti demagogici o rozzamente anti sindacali si sommano ad una lucida strategia di una parte delle imprese che persegue l'obiettivo della disintermediazione del sindacato". Cosi' Emilio Miceli, segretario generale della Filctem Cgil, in una articolo pubblicato su L'Unita'. 
 
Gli esempi di questo stato di cose, scrive Miceli, " sono tanti e vari: la mini scala mobile' di Federmeccanica che prescinde dalla contrattazione, il tentativo di trasformare progressivamente in benefit l'intero salario di produttività ed infine la legificazione piena del Pubblico impiego. Per non parlare dei voucher”.  Una tendenza, insiste, che  “va contrastata con forza poiché senza contrattazione del salario semplicemente non esiste più il contratto”.
 
Il cosiddetto "modello chimico" – spiega il segretario della Filctem - criticabile o no, poggia le sue basi proprio su questo punto: la centralità della contrattazione. Siamo nel mezzo di una nuova rivoluzione industriale, che si annuncia profonda, e sarà decisiva una nuova "comprensione" tra le forze sociali, in fabbrica e nella società. Sono forti i rischi di una nuova ed inedita radicalizzazione dei rapporti sociali. Ci sarà bisogno di un salto nelle relazioni industriali e non la tentazione di fare di Industria 4.0 l'alba di una risoluzione dei conti con il sindacato".
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Porto Marghera, foto: parliamodilavoro

Il possibile passo indietro delle istituzioni su Porto Marghera ci lascia sgomenti e ci appare difficile da credere.

Anni di slogan e proclami. Decine di tavoli e di impegni presi per rilanciare questo importantissimo polo industriale. Ma per ogni passo avanti che sembra venga fatto, ne seguono 2 all'indietro.

Sicuramente almeno 2. 

Quello della Regione che si tira indietro sulla questione dei 107 ettari di Eni, lasciando ogni cosa in mano al comune. E quello dello Stato, che riflette sull'esclusione di Porto Marghera dalle aree di crisi.

La superficialità con cui le decisioni vengono prese sulle aree produttive del nostro paese e dei nostri territori, per noi è inaccettabile.

Non staremo di certo a guardare mentre la politica fa lo "scarica barile" su Porto Marghera, dove molte centinaia di lavoratori sono ancora e saldamente ancorati al loro lavoro.

Porto Marghera come Murano: sembra si faccia di tutto per assecondare il declino, costante e inesorabile. E sembra che alla volontà espressa di voler salvare e rilanciare queste aree nel veneziano, facciano seguito comportamenti e decisioni del tutto contrarie a quanto concordato, garantito, promesso.

Sul dietro front della Regione, in merito ai 107 ettari, non abbiamo molti dubbi.

Non ci pare possano esserci tante interpretazioni su un gesto simile, assolutamente indicativo del disinteresse sulla faccenda, più volte rinviata e lasciata nel cassetto. 

La Regione Veneto, dando in carico al Comune di Venezia l’onere di gestire la situazione delle aree, apre di fatto la strada alla cessione di quei terreni ai privati.

 

Conosciamo anche bene la posizione del sindaco della città lagunare sulla questione, con piani e disegni che tutto includono fuorché ridare una connotazione industriale a Marghera.

E questo, cosa assai grave, determina anche un accantonamento delle bonifiche che spalanca la strada a possibili speculazioni.

Il preliminare fatto da Eni con Regione e Comune a questo punto deve essere rivisto per evitare di deresponsabilizzare l’Eni e che nessuno chieda più conto neppure dei progetti futuri che erano stati presentati dalla società del cane a 6 zampe, proprio sulla chimica verde.

L'ultima amministrazione comunale insediata non ha comunque mai nascosto l'intenzione di intervenire su tutta la prima zona industriale, con un piano d’investimenti per un riassetto urbanistico prevalentemente votato al turismo.

Questo con tutte le conseguenti difficoltà per le aziende che esistono e resistono ancora su quell'area: Pilkington, la Raffineria, fino ad arrivare a Fincantieri.

Non abbiamo molti dubbi sul fatto che se il comune acquisirà 107 ettari, avrà ulteriori margini d’intervento per trasformare quello spazio con un progetto di “rilancio” che di sicuro non avrà niente a che fare con il mantenimento delle attività esistenti, tanto meno per nuovi insediamenti industriali.

L'avvento dei privati in questo quadro non farebbe che segnare la fine di Porto Marghera. E se anche fosse per un nuovo inizio, riteniamo che la trasformazione di un polo così importante richieda tempo e richieda progetti di trasformazione imponenti e con scopi specifici, studiati, condivisi, con orientamenti e programmi di lungo respiro.

Ci siamo stancati di vedere furberie messe in atto dalle istituzioni, ma soprattutto di vedere che al posto di difendere un polo industriale così importante si apra nel disinteresse comune la strada a speculazioni.

Non possiamo pensare al destino del lavoro in queste condizioni. I progetti sono naufragati e i soggetti istituzionali anziché proteggere sembrano "assecondare" il declino.

Anche dal punto di vista ambientale questo processo ci mette a rischio, a causa delle speculazioni sulle bonifiche.

Ora si deve combattere per far rientrare Marghera e Murano dentro l’area di crisi e affinché la Regione faccia una conferenza di servizio per parlare di attività industriali, bonifiche e lavoro. 

Ci siamo stancati di leggere comunicati regionali sugli immigrati.

Se il tempo perso dagli assessori a parlare di extracomunitari, alloggi, ecc. fosse impiegato per riflettere seriamente sul futuro lavorativo dei concittadini, forse si centrerebbe il problema. Basta slogan.

La politica deve lavorare e lavorare sui problemi concreti.

 

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Susanna Camusso CGIL e Nicoletta Zago FILCTEM CGIL VENEZIA. Foto: parliamodilavoro.it

 

Il lavoro, questo sconosciuto.

Le politiche del governo hanno consentito di evitare il peggio, afferma Susanna Camusso a La Stampa ma, aggiunge, di sicuro non hanno portato il paese fuori dalla crisi. 

Crescita zero, deflazione, nessuna ripresa della fiducia di imprese e consumatori. Lavoro al palo.

Nel caso di quello giovanile, l'andamento ha subito un ulteriore calo.

Il Jobs Act ha "drogato" i dati del mercato occupazionale. Poi quando l'effetto bonus è terminato e l'ISTAT ha messo fuori le nuove percentuali, tutti i nodi sono tornati al pettine, perfino rafforzati, se possibile.

Cambiare tutto per non cambiare nulla. La politica dei grandi proclami e dei grandi slogan mostra di nuovo i suoi risultati: il paese è fermo.

I sacrifici richiesti sono tanti. I risultati sono nulli. 

I giovani se vogliono costruire, possono accomodarsi all'estero.

Emigrare in paesi limitrofi dove pure le difficoltà non mancano, ma dove talvolta si mettono in pratica misure poco popolari pur di curare drasticamente "anomalie croniche" del tessuto sociale.

Il governo Renzi ha presentato in pompa magna le potenzialità del Jobs Act. Spieghi ora perché le assunzioni a tempo indeterminato hanno subito una battuta d'arresto. E perché i voucher sono esplosi. Perché gli ammortizzatori sociali a carattere universalistico sono spariti dall'agenda e perché le donne, specie al sud, continuano a rimanere fra coloro che non riescono a lavorare.

Ammettiamo pure che tra non più di mezzo secolo intelligenze artificiali e robot prenderanno il posto delle braccia e menti umane nell'ambito della produzione. E ammettiamo che la sopravvivenza delle persone sarà sempre meno legata allo scambio tra un salario e il lavoro, con l'estensione del reddito di cittadinanza (rivedi la puntata di Presa Diretta del 5 settembre 2016: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-7ec6bf90-b049-450f-81ee-ee0cf8ee0426.html#p=).

Parliamo di lavoro pertanto per quello che riguarda strettamente il presente. Visto che per l'immediato futuro non è prevista neppure l'apertura di un dibattito in merito.

Apprendiamo con piacevole stupore dalle parole del segretario generale della CGIL, S. Camusso che il governo ha leggermente modificato negli ultimi tempi l'atteggiamento di esclusione iniziale nei confronti del sindacato e sembra timidamente iniziare a dialogare con le parti sociali.

Forse possiamo ben sperare in qualche risposta, alle molte domande messe da mesi sul tavolo dell'esecutivo, meritevoli di attenzione se non altro perché Renzi deve pur immaginare un futuro per il suo partito e, speriamo, per il paese, fatta salva l'immagine da copertina patinata da continuare a dover dare all'estero.

 

di parliamodilavoro.it

 

 

 

 

 

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Video: www.parliamodilavoro.it

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È nostra intenzione attraverso questo comunicato rendere noto a tutti i lavoratori e a chiunque ritenesse opportuno, che abbiamo istituito un numero verde (041 5491244) per denunciare contraffazioni e illegalità nel sistema vetro a Murano. Garantiamo che verrà mantenuto sempre e in ogni caso l’anonimato di chi telefona per segnalare. 

 

Pochi giorni sono trascorsi dalla manifestazione provocatoria a Murano, dove con maschere bianche abbiamo sfilato per le calli e di fronte alle fabbriche.

Ci siamo coperti non di certo per nasconderci.

Ma per far capire usando simboli forti che i lavoratori e gli imprenditori che credono al sistema produttivo di Murano vengono ormai considerati dei fantasmi, quasi un ricordo del passato superato da una logica di carattere commerciale e dal potere del profitto, che se ne infischia della storia dell’arte del vetro e del valore stesso dell’isola.

Ebbene, per noi la manifestazione è soltanto l’inizio di quello che abbiamo intenzione di mettere in campo.

Continueremo, come sempre abbiamo fatto, nella lotta per difendere questo patrimonio, con tutte le iniziative del caso.

Che direzione controproducente si sta cercando di imprimere alle attività produttive di Murano?

Chi sono i responsabili di questa caduta libera, della totale inefficienza programmatica e strutturale che molte imprese stanno subendo? Alcuni soggetti li abbiamo individuati e sono i diversi imprenditori attratti da una logica di profitto immediato, che si lega sostanzialmente solo ad attività espositive e a promozioni di carattere turistico e ai quali non interessa se il vetro viene prodotto a Murano o meno, interessa però il mantenimento di un marchio muranese, visto che da esso si può trarre beneficio economico.

E veniamo a Confindustria Venezia.

A nostro avviso l’organizzazione imprenditoriale, invece di puntare sulla protezione della produzione  del vetro veneziano, ha difeso iniziative come quella della società Formia.

Un’azienda sicuramente in difficoltà. Ma che secondo gli slogan lanciati dai nuovi soggetti al vertice che ne assunsero la direzione, doveva risorgere.

La Formia poco dopo fallì (solo l’impegno di uno sparuto gruppo di lavoratori ne salvò le sorti, consentendo di riavviare la produzione).

Ma all’epoca dov’era Confindustria? Cos’ha fatto per impedirlo?

Oggi temiamo che ci toccherà a rivivere quella stessa situazione, ora che abbiamo iniziato un vertenza con Damiani-Venini.

Comprendiamo la libertà d’impresa che è l’essenza di ogni nuova avventura produttiva.

Ma quando l’imprenditorialità è vuota del suo spirito, cioè priva dell’attaccamento e della passione per ciò che crea con paziente applicazione e dedizione, non si può più definirla tale.

Allora ci chiediamo, cos’è impresa per Confindustria Venezia?

Come difende le attività produttive, se queste stanno gradualmente abbandonando Murano o stanno chiudendo i battenti, come stava per accadere a Formia?

Poco tempo fa arriva a Murano la Damiani gioielli, acquisisce al 60% la Venini e come primo passo licenzia direttamente un’intera piazza di lavoro, senza presentare indirizzi chiari sulla strategia industriale, sui piani di tenuta della società e sulle scelte che intende mettere in campo.

Di nuovo Confindustria non proferisce parola.

Non tanto sui licenziamenti dei 4 lavoratori.

Ma neppure sulla conservazione e mantenimento delle attività nel territorio.

Perché Confindustria non si schiera apertamente denunciando le contraddizioni che favoriscono questa continua destrutturazione industriale?

Ci lascia senza parole constatare come puntualmente non sostenga con fermezza la necessità di mantenere la produzione viva e sana in loco.

Tornando al licenziamento dei lavoratori, Damiani-Venini ha consegnato la lettera con il provvedimento anche ad un nostro delegato sindacale.

Guarda caso quello che si occupava della sicurezza degli impianti e dei lavoratori all’interno dei luoghi produttivi.

Come possiamo interpretare questo modo di agire aziendale, se non come la volontà di eliminare chiunque venga percepito come un’interferenza al libero arbitrio ?

Di sicuro questi licenziamenti non hanno fatto che contribuire a creare tensione e paura fra i lavoratori.

Mentre come Filctem Cgil Venezia ci preoccupiamo perché non avere un delegato in fabbrica significa abbassare la sicurezza e peggiorare la qualità del lavoro.

Ci viene da pensare che non sia interesse di Damiani mantenere e arricchire qui la produzione. 

Il sindacato FILCTEM CGIL si è sempre speso, e sempre lo farà, alla difesa dei lavoratori ma anche alla difesa delle attività produttive.

Prova tangibile di questo è un’azienda che si chiama “Berti”. Che è diventata come tutti sanno, un esempio di riconquista e riavvio dell’attività industriale, grazie al concorso delle varie parti in campo e grazie alla caparbietà dei lavoratori.

Un progetto che, ricordiamo, non avrebbe visto la luce se fosse stato per Confindustria Venezia che l’aveva data per spacciata, condannando i lavoratori ancora una volta, vergognosamente, alla cassa integrazione e alla mobilità.

Mai nelle varie vertenze, abbiamo visto una presa di posizione seria e determinata di Confindustria Venezia a mantenere in piedi le attività produttive, anche di fronte alle difficoltà.

E fin troppe volte ci siamo dovuti arrangiare, avendo al nostro fianco persone determinate e l’appoggio, talvolta, delle istituzioni.

Perché un numero verde?

In primo luogo per denunciare chi nelle vende prodotti contraffatti.

E poi, motivo più importante, perché abbiamo la sensazione che molte aziende produttrici licenzino i lavoratori oppure ricorrano alla cassa integrazione, spostando la produzione all’esterno, fuori dall’isola o fuori dal paese addirittura, con costi del lavoro      sensibilmente più bassi e prezzi delle materie prime ridotti.

Con questo meccanismo e nella totale disattenzione generale, intere piazze produttive e un sistema intero, stanno scomparendo a Murano. Ad una velocità sempre più sostenuta.

E tale da farci ritenere che molti di coloro che sostengono la necessità di applicare il micro chip ai prodotti introdurre altri sistemi di certificazione o marchi, non abbiano il benché minimo interesse alla difesa del “made in Murano”.

Alla conservazione e protezione del fare sull’isola. Alla tutela del lavoro a Murano, nelle fornaci che hanno fatto per un millennio la storia del vetro veneziano.

Se ci arriveranno denunce ci faremo garanti come organizzazione per verificare se quanto ci è stato comunicato e a valle di quello faremo esposti specifici alla magistratura e agli enti competenti.

 

Il segretario generale

Riccardo Colletti

 

 

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Abbiamo seguito “il caso” sulla stampa nazionale, rimbalzato perfino su parte della stampa estera, della Reggia di Caserta.

Non entriamo nel merito delle accuse sindacali di stakanovismo al direttore Felicori, riflettiamo piuttosto sulla posizione del nostro sindacato, la Cgil, che per voce del segretario generale Susanna Camusso, ha ritenuto opportuno non condividere l’operato delle altre sigle sindacali.

Non comprendiamo come mai generalmente parlando, si sia sempre pronti a puntare il dito contro la Cgil, accusata di “proteggere” e “difendere” i fannulloni, mentre quando il nostro sindacato si esprime diversamente, magari non condividendo le critiche all’autonoma determinazione professionale di un dirigente pubblico, si attribuisca appositamente basso profilo alla presa di posizione.

Tentando di disperdere e dissolvere il contenuto e il significato delle considerazioni di Susanna Camusso, nella generalità delle affermazioni espresse dalla globalità dei sindacati.

Siamo attenti a non confondere di volta in volta, di circostanza in circostanza, il senso e la sostanza delle posizioni assunte dalla Cgil, rispetto ad altre organizzazioni.

Teniamo molto a distinguere caso per caso, singolo evento per singolo evento, ciò che il sindacato intende esprimere e i motivi delle sue scelte.

Questo perché fin troppe volte, valutazioni superficiali e affrettate hanno fuorviato e mistificato il nostro modo di rappresentare la realtà. Disorientando e contribuendo ad alimentare pregiudizi sulla Cgil, specie a livello di opinione pubblica.

La Reggia di Caserta rappresenta una di queste infelici circostanze. Non avrebbe “fatto notizia” in questo caso che la nostra organizzazione potesse esprimere un parere in contrasto rispetto a quello delle altre sigle sindacali sulla permanenza all’interno della Reggia del dirigente.

Quindi si è tentato, almeno inizialmente e almeno da parte di qualche media di cancellare, questa “sottile” differenza nel modo di interpretare e rappresentare la realtà. Che invece, ribadiamo è legata non tanto al semplice fare politica, quanto piuttosto a considerare e comprendere singoli aspetti della vita lavorativa delle persone.

Siano esse dipendenti pubblici, piuttosto che privati, autonomi, subordinati, collaboratori piuttosto che funzionari, dirigenti, quadri, operai, pensionati, disoccupati…

E non ci ha messo tanto il presidente del consiglio Renzi, a puntare il dito contro “i sindacati” per accusarli e screditarli, facendoli passare per i difensori “della pacchia”.


Ma questa volta la Cgil non c'era..


 

Segreteria Filctem Cgil Venezia

 

 

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  • Nicoletta Zago, tra i lavoratori simbolo delle lotte operaie dopo l'abbattimento della CV24


     

     

    A dicembre del 2010 si venne a sapere che gli addetti sarebbero stati messi in cassa integrazione. Per questo, in segno di mobilitazione, alcuni fra i lavoratori decisero di salire in cima, a 176 metri di altezza, iniziando così una lotta pacifica. "Con l'abbattimento se ne va un simbolo - sottolinea Nicoletta Zago, pasionaria di quelle vertenze sindacali - ma il guaio è che non vediamo certezze all'orizzonte. Quante promesse e quanti tavoli ministeriali sono stati fatti per rilanciare l'area industriale del Veneziano, una delle più importanti di tutta Europa. Compresa la chimica verde e i posti di lavoro, che stiamo ancora aspettando".

     
  • Vetro di Murano, fornaci in pasto alla macchina del turismo. Filctem: "Non staremo a guardare"


     

    Prendere posizione sulla strada intrapresa dal Comune di Venezia all'indomani dell'ufficialità del cambio d’uso da fornace ad albergo a Murano come Filctem Cgil di Venezia è il minimo che possiamo fare.

    L’ approvazione in così poco tempo di cambio di destinazione per una struttura produttiva del vetro ci fa capire che è possibile uscire dalla crisi cambiando vocazione alle aziende.

    Dispiace constatare che a Murano nessuno stia parlando di come rilanciare un prodotto conosciuto in tutto il mondo come un’eccellenza ma che si continui a dare colpa alla crisi per motivare scelte pseudo industriali e che nulla hanno a che vedere con il distretto di Murano.

    E’ evidente che gli interessi sono diversi e che si vuole spostare la Murano imprenditoriale da un'altra parte. Gli stessi imprenditori vanno infatti a produrre in terraferma, mantenendo il marchio 'Murano.

    "Ci sembra che un vero e proprio comitato di affari si stia concentrando a Murano, altro che aiuti alle imprese dell'isola.

    L'interesse a Murano si concentra più su attività del turismo che sulla produzione artigianale/industriale e la sua difesa.

    A cosa serve portare il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e mostrargli il museo del vetro mentre una realtà storica dell’isola se ne va a produrre altrove?

    Altro che patrimonio dell’Unesco. Ci aspettavamo dal Comune un atteggiamento diametralmente opposto sui cambi d’uso a Murano.

    Avevamo chiesto e continueremo a farlo di avere un confronto istituzionale per affrontare i fragili equilibri che reggono il sistema industriale di Murano, avevamo chiesto al comune di alzare la voce sostenendo in tutte le sedi che Murano sarebbe stata isola distrettuale per la produzione del vetro e che nessuna speculazione sarebbe mai stata tollerata.

    Capiamo bene che gli interessi oggi sono altri, ma comprendere non significa accettare.

    Le aziende che hanno deciso di continuare a produrre nonostante le molte difficoltà non vengono sostenute, dopo anni di appelli e richieste d'aiuto, non si è riusciti a produrre nulla di importante, mentre in poco tempo e molto facilmente si dà il via libera alla costituzione di una struttura alberghiera che nulla ha a che fare con Murano e con la sua storia.

    Salvaguardare il distretto di Murano dovrebbe essere il tema che accomuna parti sociali , e istituzioni,… di questa nostra città metropolitana, come Filctem Cgil di Venezia continuiamo a porre domande proponendo gia per le prossime settimane un’iniziativa atta a coinvolgere tutti quei soggetti che lavorano vivono e producono a Murano.

    Michele Pettenò

     
  • Al via forno Pilkington il 16 ottobre, Filctem: "Ripartenza industriale per tutta l'area. No a conflitti d'interesse, sì ad altre assunzioni"

     


    Riccardo Colletti Filctem Cgil Venezia

    Lunedì 16 ottobre ci sarà un evento per noi importante, cioè la riapertura del Float alla Pilkington. Importante non solo per il fatto in sé. E’ un elemento di novità in un’area di crisi e depressa come la prima zona industriale di Porto Marghera.

    Speriamo che questa scelta strategica fatta dalla Società si accompagni ad altre. Proprio perché l’area di Porto Marghera, se concepita in un’ottica di reindustrializzazione, offre non solo le opportunità dei terreni ma un’intera area attrezzata che può essere il futuro contenitore di nuove attività manifatturiere e industriali.

    Parlando della riapertura della Pilkington e delle assunzioni che sono state fatte, e che saranno seguite a breve da altre, mi concentro sulle potenzialità che questa industria offre anche all’indotto. Prima della chiusura del forno primario avevamo circa 210 dipendenti diretti e una sessantina nell’indotto. Nel periodo di crisi invece, con le fuoriuscite e il mancato turnover, siamo arrivati ad avere 130 unità lavorative, senza utilizzo di ditte terze e i lavoratori in contratto di solidarietà. In questi 4 anni in mancanza di prospettive si profilava sempre più l’ipotesi di un disastro sociale.

    Ma dopo i sacrifici fatti dai lavoratori oggi si è di fronte a questo evento importante. Le previsioni dal punto di vista occupazionale, fatte dall’azienda, per me sono sottostimate. Perché se quando il forno era in attività e i dipendenti erano 230, senza contare quelli dell’indotto, ora anche con l’assunzione di 50 persone, così come avvenuto, arriviamo a 180 dipendenti. Non sarà possibile strutturare adeguatamente l’attività, in quanto se prima tutta lalogistica era gestita da 40 lavoratori di un’azienda terza, oggi trovo difficile con questi numeri organizzare un ciclo produttivo senza tenere in considerazione i lavoratori impiegati quando l’attività era pieno regime, in passato. Per questo dico che c’è un sottodimensionamento, attualmente, del personale. Mi auguro che nei prossimi mesi l’azienda rifletta su questo tema per ampliare le assunzioni.

    Con questo credo comunque vada lodato l’impegno dell’amministratore delegato che ha sollecitato le istituzioni al fine di rendere possibile la riapertura.

    Non è stato facile e lo sappiamo.

    Perché c’è una grossa differenza fra le istituzioni venete e quelle di San Salvo, in Abruzzo, dove c’è la sede centrale della Pilkington Nsg Italia.

    Perché gli interessi sui terreni a Porto Marghera e la questione delle bonifiche hanno da sempre giocato un ruolo negativo su qualsiasi opportunità di reinsediamento di tipo industriale. Mentre a San Salvo l’attività industriale e il mantenimento dell’occupazione sono stati sempre obiettivi prioritari delle istituzioni locali rispetto al resto.

    Spesso si sono utilizzati strumentalmente permessi o pareri ministeriali, iter burocratici locali che hanno sempre remato contro le riaperture.

    Oltre al fatto che la questione grandi navi sta giocando un ruolo negativo su tutti gli elementi di novità che la prima zona industriale sta portando, cioè la Bioraffineria e la Pilkington. Essendo questi nuovi esempi produttivi che tengono conto delle questioni ambientali, non possono essere le prime attività ad essere messe in discussione, pregiudicate o superate da altri tipi di interessi.

    Dovremo capire bene quali saranno i progetti che hanno previsto ministero e istituzioni locali circa l’utilizzo delle aree stesse per portarci le grandi navi. Quindi viviamo in un momento in cui le idee di sviluppo industriali e i possibili insediamenti, si trovano ad un bivio dove ci auguriamo non nascano conflitti che magari sanano un problema, ma dall’altra parte ne creano altri, con conseguenze occupazionali pesanti, in entrambi i casi. Per quello penso che la Pilkington sia un esempio da seguire perché non solo fa reali investimenti, ma parte di questi, oltre alla riattivazione del forno primario, saranno utilizzati anche per le questioni ambientali. Ad esempio l’abbattimento delle polveri sottili. Ci sono aree libere che devono diventare contenitore di un’industria rinnovata dove al centro dell’interesse non c’è solo la produzione ma il rispetto sociale e dell’ambiente. Ed è chiaro che Pilkington e Bioraffineria non possono e non devono essere messe all’angolo per altri interessi.

     

     

     
  • Italgas, niente accordo sul pronto intervento notturno. Sindacati pronti allo sciopero


     

     

    Cigil-Cisl-Uil lanciano un appello al sindaco: "Senza presidio a Santa Marta meno sicurezza e tempestività". Ma l'azienda replica: "Attività garantite 24 ore 24

    Il pronto intervento di Italgas resta al centro della discussione con i sindacati: si è svolto venerdì l’incontro dal prefetto tra le segreterie territoriali, le Rsu e la direzione aziendale per affrontare il problema della soppressione del servizio. La riunione si è risolta con un mancato accordo, conclusione che lascia l'amaro in bocca a Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil: "Riteniamo il comportamento dell’azienda inaccettabile - commentano - è inammissibile scambiare il risparmio economico con la sicurezza degli impianti e la tempestività degli interventi".

    "Rischio per la città"

    "È inevitabile - proseguono - che i tempi di intervento in caso di guasto o fuga saranno abbondantemente superiori rispetto a prima, perché mancherà un presidio permanente nella sede di Santa Marta e l’operatore dovrà partire da casa. C’è da sottolineare che il pronto intervento in turno a Venezia serve proprio per la particolarità della città stessa: condizioni climatiche, traffico acqueo, trasporti, difficoltà dell’intervento e della sua preparazione. Ricordiamo anche che Venezia è una città storica con apparecchiature vetuste e con patrimoni da salvaguardare".

    L'azienda: "Servizio garantito"

    Diversa la posizione dell'azienda, che già nei giorni scorsi aveva specificato che "con la nuova organizzazione le attività di pronto intervento continueranno a essere presidiate 24 ore su 24 nel rispetto dei protocolli di sicurezza e degli standard imposti dall’Autorità per l’energia. La nuova organizzazione risponde all’obiettivo di garantire l’ulteriore miglioramento dei livelli di qualità del servizio ai cittadini attraverso un percorso che porterà a uniformare processi e procedure già applicati da anni con successo negli oltre 1.400 Comuni in cui Italgas opera".

    Appello al sindaco e scioperi

    Infine i sindacati segnalano "un preoccupante silenzio da parte della amministrazione comunale". "Abbiamo mandato un appello al sindaco - aggiungono - perché intervenga per far tornare Italgas sui suoi passi, ma da quel che sappiamo nulla è stato fatto ad oggi. Chiediamo un incontro con il primo cittadino per spiegargli la situazione e il pericolo che Venezia sta correndo". "Vista la gravità della situazione - concludono - proclamiamo un pacchetto di ore di sciopero a partire dal 16 ottobre con il blocco degli straordinari fino al 20 novembre".