RELAZIONE di Sonia Paoloni CONVEGNO 28 SETTEMBRE 2017 NAPOLI

“Appalti e legalità nella filiera artigiana e delle PMI nei settori della Moda” Buongiorno a tutti e grazie di essere intervenuti a questo incontro che abbiamo organizzato per condividere la nostra esperienza di rappresentanza all’interno della filiera della Moda, analizzandone i punti di forza e di debolezza, sia nel nostro Paese che nei Paesi esteri, che unitariamente contribuiscono a realizzare i semilavorati che compongono il prodotto finito, e dare una risposta concreta alle problematiche individuate condividendone i principi e le iniziative con i nostri interlocutori. Partendo da prassi consolidate in atto ed esperienze concrete, il nostro scopo è quello di avanzare proposte per definire norme a tutela dei diritti dei lavoratori che sono impiegati in tutto il ciclo produttivo lungo la filiera. Il Sistema moda rappresenta in Italia uno dei principali settori del manifatturiero in termini di imprese, addetti e di esportazioni, costituendo circa il 17% di tutto il tessuto manifatturiero nazionale e contribuendo per circa il 14% alle esportazioni totali, collocandosi secondo dietro il settore metalmeccanico sia per estensione del tessuto produttivo che per quantità dell’export. Il settore nel suo complesso sviluppa un fatturato che per il 2016 si è attestato in circa 88 miliardi di euro, e che dà lavoro a più di 600.000 6 addetti, complessivamente impiegati nei settori del tessile, abbigliamento, pelletterie, calzature, ed accessoristica, con una media di numero di aziende pari a circa 67.000.

A questi si aggiungono i circa 155.000 addetti occupati nelle oltre 60.000 aziende artigiane. Da questi numeri si evince che l’occupazione nel sistema Moda del nostro Paese, è molto rilevante e lo è, in particolar modo per alcuni territori, la cui economia principale è determinata dalle attività dirette ed indirette legate al settore. Parliamo di distretti industriali, per citarne alcuni, come quello pratese del Tessile, quello fermano-maceratese della calzatura, quello calzaturiero della riviera del Brenta, quello del distretto delle calzature di Lecce, e di tutte le attività legate alle produzioni di abbigliamento, pelletterie, calzature e accessoristica del napoletano. Più dell’80% della forza lavoro, nei territori indicati, è occupata in aziende di piccole, piccolissime e medie dimensioni che spesso lavorano in committenza e sub fornitura. In altre regioni d’Italia, come la Lombardia, dove il settore della Moda rappresenta quasi il 22% dell’occupazione totale, siamo in presenza di imprese di grandi dimensioni, molto strutturate. Si tratta perciò, di un sistema composto da alcune grandi imprese con Brand riconosciuti in tutto il mondo, che investono in ricerca, sviluppo ed innovazione, e parallelamente da un fitto tessuto di piccole imprese che si specializzano nella realizzazione di una o più fasi della produzione, che sono in grado di garantire quella flessibilità produttiva tipica del mercato della Moda. Il sistema deve la sua competitività oltre ai fattori legati allo sviluppo del prodotto, al know-how, al gusto e alla tradizione, soprattutto alla sinergica collaborazione fra le diverse fasi della filiera che si estende fino al retail. 

La specificità della nostra manifattura è dovuta principalmente ad un tessuto produttivo parcellizzato, che rappresenta unitariamente il cuore del nostro “Made in Italy”, e che condiziona nel bene e nel male, la qualità dello sviluppo di intere aree produttive. Il “Made in Italy” contraddistingue i nostri prodotti per garanzia di qualità, sostenibilità e sicurezza, riconosciuti a livello internazionale, e rende il nostro Paese leader a livello mondiale. Negli ultimi anni il tessuto manifatturiero della moda italiana ha avviato una lunga e profonda trasformazione che, seppur provocando una riduzione complessiva del numero degli occupati e delle aziende attive, ha saputo tenere insieme professionalità, artigianalità, competenza e passione, con un saper fare unico al mondo. Ciò che emerge dall’analisi di questa trasformazione è l’importanza di un profilo che non è semplicemente l’upgrade in termini di conoscenze e competenze del singolo operatore, lavoratore tradizionale, ma è piuttosto l’evoluzione dell’artigianato e della sua rinnovata collocazione all’interno della filiera produttiva. L’assunzione di responsabilità di cui si fanno carico le aziende artigiane coinvolge direttamente ed inevitabilmente i lavoratori rispetto alle scelte importanti che derivano dalle strategie dei grandi Brand della Moda. La capacità di intervenire legata al dialogo e all’interazione, la consapevolezza del proprio ruolo nello sviluppo del processo produttivo, sono tutte caratteristiche che mettono in luce la ricchezza e il peso della filiera rispetto alla competitività della manifattura italiana.

All’interno di questo complesso sistema esistono e coesistono però realtà che hanno bisogno di essere meglio conosciute, analizzate e sviscerate nella necessità di avere una coerenza tra i risultati complessivi ottenuti dal settore e la tutela dei diritti di chi lavora nella realizzazione dell’intero processo. Il sistema tutto beneficia di una rete produttiva organizzata in distretti industriali che sono passati da motore dell’economia, il cui funzionamento ha destato interesse sia nei sistemi produttivi europei più avanzati come quello tedesco che in quelli americani, ad elemento di forte debolezza per la caratteristica principale rispetto alle limitate dimensioni di impresa. Si è delineato e accentuato negli anni un forte disvalore all’interno della filiera produttiva causato dalla tendenza delle grandi Griffe del settore a comprimere i costi di produzione. Da una prima fase molto spinta, di delocalizzazione di alcune fasi di lavorazione, principalmente verso i Paesi a basso costo del lavoro, siamo passati alla contrazione dei costi nel mercato interno, penalizzando le tariffe di commessa dei semilavorati affidati alle aziende fornitrici e conto terziste della filiera.

Questa politica di riduzione dei costi, portata avanti dai grandi marchi del settore, nel tempo ha innescato una concorrenza al massimo ribasso all’interno dei distretti industriali, costringendo le aziende principalmente artigiane, ad abbassare il costo del lavoro a scapito dei diritti e dei salari dei lavoratori. Le condizioni di lavoro e i salari stabiliti dal contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto e contrattato dalla nostra organizzazione sindacale insieme a Femca/Uiltec con le Associazioni imprenditoriali artigiane Confartigianato, Cna, Claai e Casartigiani, vengono spesso sistematicamente disattese da parte delle aziende al fine di poter soddisfare le condizioni di acquisizione delle commesse. In questo modo si vanificano, le tutele ottenute per via contrattuale sia nei confronti dei lavoratori che nei confronti delle aziende. Tutto il sistema della bilateralità artigiana, nato per sostenere le aziende ed i lavoratori difronte alle difficoltà crescenti ed insite nella variabilità del mercato viene messo in discussione. 6 Viene messo in discussione il nostro ruolo di rappresentanza e quello delle nostre controparti, non riuscendo più ad intervenire in maniera incisiva nei processi organizzativi della produzione. In una situazione come questa si è sviluppato un terreno fertile per, una rete di illegalità alimentata da associazioni legate alla criminalità organizzata, in condizioni di omertà e di reciproche convenienze. Tragici fatti di cronaca sono avvenuti nel distretto tessile del pratese coinvolgendo lavoratori cinesi, ma la realtà di sfruttamento è diffusa anche ad altri territori se pur con connotazioni e tipologie differenti.

Le conseguenze negative della proliferazione di un’economia territoriale legata all’irregolarità, non si limitano ad effetti depressivi localizzati, ma si estendono alla fiscalità generale, per l’impossibilità di recupero delle somme contributive ed erariali evase dalle aziende che operano in uno stato di economia sommersa. Un altro aspetto pericoloso e preoccupante che sta emergendo, è il proliferare di una contrattazione collettiva nazionale, parallela, che in assenza di una legge sulla rappresentanza, stipula accordi nazionali con condizioni salariali e diritti minori, rispetto ai CCNL stipulati dalle nostre Organizzazioni Sindacali. L’applicazione di tali contratti se pur non illegale dal punto di vista formale della normativa vigente, il più delle volte non garantisce ai lavoratori la copertura contributiva minima nei confronti dell’INPS. Vengono costituite associazioni sindacali datoriali e dei lavoratori, cosiddette di “comodo”, con l’unico scopo di sottoscrivere accordi sindacali capestro, per giustificare lo sfruttamento certificato della filiera ad esclusivo vantaggio dei committenti, e di chi lungo tutto il ciclo produttivo, si insinua per lucrare sui prezzi della sub fornitura, che spesso, partendo da un’unica commessa si suddivide e parcellizza fino a farne perdere le tracce. 

Molto è stato il lavoro svolto dalle nostre organizzazioni sia sul piano nazionale che su quello territoriale, per cercare di garantire il rispetto dei lavoratori, denunciando irregolarità agli organi competenti e stipulando accordi e protocolli tra le parti, al fine di controllare l’intero percorso del processo produttivo. Ci si è interrogati su come poter intervenire, anche sul piano normativo, per garantire il rispetto e l’applicazione di leggi esistenti ma fino ad ora disattese, a causa di una generalizzata mancata assunzione di responsabilità, da parte di alcune Istituzioni ad assumere un ruolo nello stabilire criteri applicativi non esplicitati nei testi delle normative. Mi riferisco principalmente a quanto previsto dal Decreto legislativo 276/2003, poi convertito con legge 296/2006 in tema di appalti. L’articolo 29 prevede la responsabilità solidale tra committenti e appaltatori per il pagamento sia dei salari che dei contributi, per i lavoratori coinvolti nell’appalto. Esiste come vedremo, giurisprudenza consolidata in merito, riferendomi a sentenze dei Tribunali di Prato, Ascoli Piceno, Ancona, Fermo e Corte di Appello di Ancona, che riconoscono la sub fornitura come appalto, per il principio cui: “con il contratto di subfornitura un imprenditore si impegna ad effettuare per conto di una impresa committente lavorazioni su prodotti semilavorati o su materie prime forniti dalla committente medesima, o si impegna a fornire all’impresa prodotti o servizi destinati ad essere incorporati o comunque ad essere utilizzati nell’ambito dell’attività economica del committente o nella produzione di un bene complesso, in conformità a progetti esecutivi, conoscenze tecniche e tecnologiche, modelli o prototipi forniti dall’impresa committente.”

Da ciò la norma relativa alla responsabilità solidale deve ritenersi applicabile estensivamente alle ipotesi di subfornitura, considerando che la medesima ratio di tutela del lavoratore non può non assistere anche i dipendenti del subfornitore, che si differenzia dall’appaltatore particolarmente in ragione dell’elemento ulteriore della dipendenza economica, rimanendo invece immutati altri elementi strutturali. Il contratto di subfornitura è una forma non paritetica di cooperazione imprenditoriale nella quale la dipendenza economica del subfornitore si palesa, oltre che sul piano del rapporto commerciale e di mercato anche su quello delle direttive tecniche di esecuzione. La lavorazione su prodotti semilavorati o su materie prime fornite dal committente, comporta l’inserimento del subfornitore in un determinato livello del processo produttivo proprio del committente. Riconoscendo questo principio possiamo affermare che la filiera produttiva può ritornare ad essere quel valore aggiunto che fino ad oggi ha consentito alla manifattura italiana di contraddistinguersi nel mondo per la specificità di competenze diffuse, e non relegarla ad opportunità di sfruttamento. E’ necessario che le istituzioni superino il criterio della non mono committenza dell’appalto, addebitando al singolo committente la sua quota parte di responsabilità in base al valore delle lavorazioni eseguite in quota percentuale rispetto al fatturato.

La prassi posta in atto nel distretto calzaturiero fermano da parte dell’INPS, dimostra come tale applicazione ed interpretazione possa diventare Direttiva nazionale riconosciuta superando le opposizioni datoriali dei committenti. La politica si deve impegnare a sancire questo principio restituendo legalità e dignità ai lavoratori della moda che nella filiera rendono merito al “Made in Italy” nel mondo. E’ tempo che i committenti abbiamo la consapevolezza e la certezza che l’esternalizzazione delle lavorazioni con l’unico scopo dell’abbattimento dei costi, costringe il tessuto sano delle aziende terziste alla cessazione dell’attività, in favore del proliferare di attività in aziende, che da una parvenza di rispetto delle norme, operano in condizioni di illegalità e compressione di salari e diritti dei lavoratori. Le diseconomie prodotte da queste scelte produttive, debbono ricadere come aggravio dei costi a carico della committenza con l’obbligazione in solido al pagamento dei titoli evasi. La sostenibilità di una buona occupazione all’interno della filiera passa da questi principi, che debbono essere riconosciuti e sanciti non solo dalle Istituzioni, ma anche dalle controparti sociali. Le proposte contenute nella nostra piattaforma rivendicativa, per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei settori artigiani della moda, di definire norme sulla legalità e gli appalti, riconoscendo l’impresa terzista come “sistema unitario” che concorre nella sua interezza, alla realizzazione di un prodotto finito o intermedio di una fase produttiva, stabiliscono il principio di una sistematica applicazione della legge sulla responsabilità solidale.

E’ nostra intenzione condividere con le Associazioni datoriali che rappresentano gli artigiani della Moda la richiesta nei confronti del Ministero del Lavoro, di depositare, una volta rinnovato il contratto nazionale di settore, il salario contrattuale concordato tra le parti, come salario di legalità, a garanzia del lavoro commesso in sub fornitura ed in conto terzi, stabilendo con esso la legalità dell’appalto. Sono queste insieme ad altre, le nostre iniziative per condividere azioni di sistema; la base per costruire una politica settoriale in assenza di una normativa che salvaguarda l’autenticità delle lavorazioni contraddistinte dal marchio “Made in Italy”, che non può essere solo sinonimo di stile ma deve essere anche e soprattutto garanzia di rispetto complessivo di un lavoro qualificato, competente e dignitoso. In un settore la cui caratteristica principale risulta essere quella di un sistema di Piccole e Medie imprese il nostro ruolo di rappresentanza, al pari di quello delle parti datoriali, risulta essere fondamentale e decisivo per tenere insieme le esigenze dei nostri rappresentati nei confronti delle strategie nazionali, europee ed internazionali. L’auspicio è quello che le istituzioni intervengano per legittimare il lavoro importante che abbiamo svolto trovando soluzioni con accordi e contratti, che hanno bisogno di essere rafforzati nella loro esigibilità nei confronti di soggetti, che fanno della loro importanza commerciale, un fattore di predominio sulle economie più deboli.

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Comunicati Filctem e CGIL

  • Nicoletta Zago, tra i lavoratori simbolo delle lotte operaie dopo l'abbattimento della CV24


     

     

    A dicembre del 2010 si venne a sapere che gli addetti sarebbero stati messi in cassa integrazione. Per questo, in segno di mobilitazione, alcuni fra i lavoratori decisero di salire in cima, a 176 metri di altezza, iniziando così una lotta pacifica. "Con l'abbattimento se ne va un simbolo - sottolinea Nicoletta Zago, pasionaria di quelle vertenze sindacali - ma il guaio è che non vediamo certezze all'orizzonte. Quante promesse e quanti tavoli ministeriali sono stati fatti per rilanciare l'area industriale del Veneziano, una delle più importanti di tutta Europa. Compresa la chimica verde e i posti di lavoro, che stiamo ancora aspettando".

     
  • Vetro di Murano, fornaci in pasto alla macchina del turismo. Filctem: "Non staremo a guardare"


     

    Prendere posizione sulla strada intrapresa dal Comune di Venezia all'indomani dell'ufficialità del cambio d’uso da fornace ad albergo a Murano come Filctem Cgil di Venezia è il minimo che possiamo fare.

    L’ approvazione in così poco tempo di cambio di destinazione per una struttura produttiva del vetro ci fa capire che è possibile uscire dalla crisi cambiando vocazione alle aziende.

    Dispiace constatare che a Murano nessuno stia parlando di come rilanciare un prodotto conosciuto in tutto il mondo come un’eccellenza ma che si continui a dare colpa alla crisi per motivare scelte pseudo industriali e che nulla hanno a che vedere con il distretto di Murano.

    E’ evidente che gli interessi sono diversi e che si vuole spostare la Murano imprenditoriale da un'altra parte. Gli stessi imprenditori vanno infatti a produrre in terraferma, mantenendo il marchio 'Murano.

    "Ci sembra che un vero e proprio comitato di affari si stia concentrando a Murano, altro che aiuti alle imprese dell'isola.

    L'interesse a Murano si concentra più su attività del turismo che sulla produzione artigianale/industriale e la sua difesa.

    A cosa serve portare il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e mostrargli il museo del vetro mentre una realtà storica dell’isola se ne va a produrre altrove?

    Altro che patrimonio dell’Unesco. Ci aspettavamo dal Comune un atteggiamento diametralmente opposto sui cambi d’uso a Murano.

    Avevamo chiesto e continueremo a farlo di avere un confronto istituzionale per affrontare i fragili equilibri che reggono il sistema industriale di Murano, avevamo chiesto al comune di alzare la voce sostenendo in tutte le sedi che Murano sarebbe stata isola distrettuale per la produzione del vetro e che nessuna speculazione sarebbe mai stata tollerata.

    Capiamo bene che gli interessi oggi sono altri, ma comprendere non significa accettare.

    Le aziende che hanno deciso di continuare a produrre nonostante le molte difficoltà non vengono sostenute, dopo anni di appelli e richieste d'aiuto, non si è riusciti a produrre nulla di importante, mentre in poco tempo e molto facilmente si dà il via libera alla costituzione di una struttura alberghiera che nulla ha a che fare con Murano e con la sua storia.

    Salvaguardare il distretto di Murano dovrebbe essere il tema che accomuna parti sociali , e istituzioni,… di questa nostra città metropolitana, come Filctem Cgil di Venezia continuiamo a porre domande proponendo gia per le prossime settimane un’iniziativa atta a coinvolgere tutti quei soggetti che lavorano vivono e producono a Murano.

    Michele Pettenò

     
  • Al via forno Pilkington il 16 ottobre, Filctem: "Ripartenza industriale per tutta l'area. No a conflitti d'interesse, sì ad altre assunzioni"

     


    Riccardo Colletti Filctem Cgil Venezia

    Lunedì 16 ottobre ci sarà un evento per noi importante, cioè la riapertura del Float alla Pilkington. Importante non solo per il fatto in sé. E’ un elemento di novità in un’area di crisi e depressa come la prima zona industriale di Porto Marghera.

    Speriamo che questa scelta strategica fatta dalla Società si accompagni ad altre. Proprio perché l’area di Porto Marghera, se concepita in un’ottica di reindustrializzazione, offre non solo le opportunità dei terreni ma un’intera area attrezzata che può essere il futuro contenitore di nuove attività manifatturiere e industriali.

    Parlando della riapertura della Pilkington e delle assunzioni che sono state fatte, e che saranno seguite a breve da altre, mi concentro sulle potenzialità che questa industria offre anche all’indotto. Prima della chiusura del forno primario avevamo circa 210 dipendenti diretti e una sessantina nell’indotto. Nel periodo di crisi invece, con le fuoriuscite e il mancato turnover, siamo arrivati ad avere 130 unità lavorative, senza utilizzo di ditte terze e i lavoratori in contratto di solidarietà. In questi 4 anni in mancanza di prospettive si profilava sempre più l’ipotesi di un disastro sociale.

    Ma dopo i sacrifici fatti dai lavoratori oggi si è di fronte a questo evento importante. Le previsioni dal punto di vista occupazionale, fatte dall’azienda, per me sono sottostimate. Perché se quando il forno era in attività e i dipendenti erano 230, senza contare quelli dell’indotto, ora anche con l’assunzione di 50 persone, così come avvenuto, arriviamo a 180 dipendenti. Non sarà possibile strutturare adeguatamente l’attività, in quanto se prima tutta lalogistica era gestita da 40 lavoratori di un’azienda terza, oggi trovo difficile con questi numeri organizzare un ciclo produttivo senza tenere in considerazione i lavoratori impiegati quando l’attività era pieno regime, in passato. Per questo dico che c’è un sottodimensionamento, attualmente, del personale. Mi auguro che nei prossimi mesi l’azienda rifletta su questo tema per ampliare le assunzioni.

    Con questo credo comunque vada lodato l’impegno dell’amministratore delegato che ha sollecitato le istituzioni al fine di rendere possibile la riapertura.

    Non è stato facile e lo sappiamo.

    Perché c’è una grossa differenza fra le istituzioni venete e quelle di San Salvo, in Abruzzo, dove c’è la sede centrale della Pilkington Nsg Italia.

    Perché gli interessi sui terreni a Porto Marghera e la questione delle bonifiche hanno da sempre giocato un ruolo negativo su qualsiasi opportunità di reinsediamento di tipo industriale. Mentre a San Salvo l’attività industriale e il mantenimento dell’occupazione sono stati sempre obiettivi prioritari delle istituzioni locali rispetto al resto.

    Spesso si sono utilizzati strumentalmente permessi o pareri ministeriali, iter burocratici locali che hanno sempre remato contro le riaperture.

    Oltre al fatto che la questione grandi navi sta giocando un ruolo negativo su tutti gli elementi di novità che la prima zona industriale sta portando, cioè la Bioraffineria e la Pilkington. Essendo questi nuovi esempi produttivi che tengono conto delle questioni ambientali, non possono essere le prime attività ad essere messe in discussione, pregiudicate o superate da altri tipi di interessi.

    Dovremo capire bene quali saranno i progetti che hanno previsto ministero e istituzioni locali circa l’utilizzo delle aree stesse per portarci le grandi navi. Quindi viviamo in un momento in cui le idee di sviluppo industriali e i possibili insediamenti, si trovano ad un bivio dove ci auguriamo non nascano conflitti che magari sanano un problema, ma dall’altra parte ne creano altri, con conseguenze occupazionali pesanti, in entrambi i casi. Per quello penso che la Pilkington sia un esempio da seguire perché non solo fa reali investimenti, ma parte di questi, oltre alla riattivazione del forno primario, saranno utilizzati anche per le questioni ambientali. Ad esempio l’abbattimento delle polveri sottili. Ci sono aree libere che devono diventare contenitore di un’industria rinnovata dove al centro dell’interesse non c’è solo la produzione ma il rispetto sociale e dell’ambiente. Ed è chiaro che Pilkington e Bioraffineria non possono e non devono essere messe all’angolo per altri interessi.

     

     

     
  • Italgas, niente accordo sul pronto intervento notturno. Sindacati pronti allo sciopero


     

     

    Cigil-Cisl-Uil lanciano un appello al sindaco: "Senza presidio a Santa Marta meno sicurezza e tempestività". Ma l'azienda replica: "Attività garantite 24 ore 24

    Il pronto intervento di Italgas resta al centro della discussione con i sindacati: si è svolto venerdì l’incontro dal prefetto tra le segreterie territoriali, le Rsu e la direzione aziendale per affrontare il problema della soppressione del servizio. La riunione si è risolta con un mancato accordo, conclusione che lascia l'amaro in bocca a Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil: "Riteniamo il comportamento dell’azienda inaccettabile - commentano - è inammissibile scambiare il risparmio economico con la sicurezza degli impianti e la tempestività degli interventi".

    "Rischio per la città"

    "È inevitabile - proseguono - che i tempi di intervento in caso di guasto o fuga saranno abbondantemente superiori rispetto a prima, perché mancherà un presidio permanente nella sede di Santa Marta e l’operatore dovrà partire da casa. C’è da sottolineare che il pronto intervento in turno a Venezia serve proprio per la particolarità della città stessa: condizioni climatiche, traffico acqueo, trasporti, difficoltà dell’intervento e della sua preparazione. Ricordiamo anche che Venezia è una città storica con apparecchiature vetuste e con patrimoni da salvaguardare".

    L'azienda: "Servizio garantito"

    Diversa la posizione dell'azienda, che già nei giorni scorsi aveva specificato che "con la nuova organizzazione le attività di pronto intervento continueranno a essere presidiate 24 ore su 24 nel rispetto dei protocolli di sicurezza e degli standard imposti dall’Autorità per l’energia. La nuova organizzazione risponde all’obiettivo di garantire l’ulteriore miglioramento dei livelli di qualità del servizio ai cittadini attraverso un percorso che porterà a uniformare processi e procedure già applicati da anni con successo negli oltre 1.400 Comuni in cui Italgas opera".

    Appello al sindaco e scioperi

    Infine i sindacati segnalano "un preoccupante silenzio da parte della amministrazione comunale". "Abbiamo mandato un appello al sindaco - aggiungono - perché intervenga per far tornare Italgas sui suoi passi, ma da quel che sappiamo nulla è stato fatto ad oggi. Chiediamo un incontro con il primo cittadino per spiegargli la situazione e il pericolo che Venezia sta correndo". "Vista la gravità della situazione - concludono - proclamiamo un pacchetto di ore di sciopero a partire dal 16 ottobre con il blocco degli straordinari fino al 20 novembre".