RELAZIONE di Sonia Paoloni CONVEGNO 28 SETTEMBRE 2017 NAPOLI

“Appalti e legalità nella filiera artigiana e delle PMI nei settori della Moda” Buongiorno a tutti e grazie di essere intervenuti a questo incontro che abbiamo organizzato per condividere la nostra esperienza di rappresentanza all’interno della filiera della Moda, analizzandone i punti di forza e di debolezza, sia nel nostro Paese che nei Paesi esteri, che unitariamente contribuiscono a realizzare i semilavorati che compongono il prodotto finito, e dare una risposta concreta alle problematiche individuate condividendone i principi e le iniziative con i nostri interlocutori. Partendo da prassi consolidate in atto ed esperienze concrete, il nostro scopo è quello di avanzare proposte per definire norme a tutela dei diritti dei lavoratori che sono impiegati in tutto il ciclo produttivo lungo la filiera. Il Sistema moda rappresenta in Italia uno dei principali settori del manifatturiero in termini di imprese, addetti e di esportazioni, costituendo circa il 17% di tutto il tessuto manifatturiero nazionale e contribuendo per circa il 14% alle esportazioni totali, collocandosi secondo dietro il settore metalmeccanico sia per estensione del tessuto produttivo che per quantità dell’export. Il settore nel suo complesso sviluppa un fatturato che per il 2016 si è attestato in circa 88 miliardi di euro, e che dà lavoro a più di 600.000 6 addetti, complessivamente impiegati nei settori del tessile, abbigliamento, pelletterie, calzature, ed accessoristica, con una media di numero di aziende pari a circa 67.000.

A questi si aggiungono i circa 155.000 addetti occupati nelle oltre 60.000 aziende artigiane. Da questi numeri si evince che l’occupazione nel sistema Moda del nostro Paese, è molto rilevante e lo è, in particolar modo per alcuni territori, la cui economia principale è determinata dalle attività dirette ed indirette legate al settore. Parliamo di distretti industriali, per citarne alcuni, come quello pratese del Tessile, quello fermano-maceratese della calzatura, quello calzaturiero della riviera del Brenta, quello del distretto delle calzature di Lecce, e di tutte le attività legate alle produzioni di abbigliamento, pelletterie, calzature e accessoristica del napoletano. Più dell’80% della forza lavoro, nei territori indicati, è occupata in aziende di piccole, piccolissime e medie dimensioni che spesso lavorano in committenza e sub fornitura. In altre regioni d’Italia, come la Lombardia, dove il settore della Moda rappresenta quasi il 22% dell’occupazione totale, siamo in presenza di imprese di grandi dimensioni, molto strutturate. Si tratta perciò, di un sistema composto da alcune grandi imprese con Brand riconosciuti in tutto il mondo, che investono in ricerca, sviluppo ed innovazione, e parallelamente da un fitto tessuto di piccole imprese che si specializzano nella realizzazione di una o più fasi della produzione, che sono in grado di garantire quella flessibilità produttiva tipica del mercato della Moda. Il sistema deve la sua competitività oltre ai fattori legati allo sviluppo del prodotto, al know-how, al gusto e alla tradizione, soprattutto alla sinergica collaborazione fra le diverse fasi della filiera che si estende fino al retail. 

La specificità della nostra manifattura è dovuta principalmente ad un tessuto produttivo parcellizzato, che rappresenta unitariamente il cuore del nostro “Made in Italy”, e che condiziona nel bene e nel male, la qualità dello sviluppo di intere aree produttive. Il “Made in Italy” contraddistingue i nostri prodotti per garanzia di qualità, sostenibilità e sicurezza, riconosciuti a livello internazionale, e rende il nostro Paese leader a livello mondiale. Negli ultimi anni il tessuto manifatturiero della moda italiana ha avviato una lunga e profonda trasformazione che, seppur provocando una riduzione complessiva del numero degli occupati e delle aziende attive, ha saputo tenere insieme professionalità, artigianalità, competenza e passione, con un saper fare unico al mondo. Ciò che emerge dall’analisi di questa trasformazione è l’importanza di un profilo che non è semplicemente l’upgrade in termini di conoscenze e competenze del singolo operatore, lavoratore tradizionale, ma è piuttosto l’evoluzione dell’artigianato e della sua rinnovata collocazione all’interno della filiera produttiva. L’assunzione di responsabilità di cui si fanno carico le aziende artigiane coinvolge direttamente ed inevitabilmente i lavoratori rispetto alle scelte importanti che derivano dalle strategie dei grandi Brand della Moda. La capacità di intervenire legata al dialogo e all’interazione, la consapevolezza del proprio ruolo nello sviluppo del processo produttivo, sono tutte caratteristiche che mettono in luce la ricchezza e il peso della filiera rispetto alla competitività della manifattura italiana.

All’interno di questo complesso sistema esistono e coesistono però realtà che hanno bisogno di essere meglio conosciute, analizzate e sviscerate nella necessità di avere una coerenza tra i risultati complessivi ottenuti dal settore e la tutela dei diritti di chi lavora nella realizzazione dell’intero processo. Il sistema tutto beneficia di una rete produttiva organizzata in distretti industriali che sono passati da motore dell’economia, il cui funzionamento ha destato interesse sia nei sistemi produttivi europei più avanzati come quello tedesco che in quelli americani, ad elemento di forte debolezza per la caratteristica principale rispetto alle limitate dimensioni di impresa. Si è delineato e accentuato negli anni un forte disvalore all’interno della filiera produttiva causato dalla tendenza delle grandi Griffe del settore a comprimere i costi di produzione. Da una prima fase molto spinta, di delocalizzazione di alcune fasi di lavorazione, principalmente verso i Paesi a basso costo del lavoro, siamo passati alla contrazione dei costi nel mercato interno, penalizzando le tariffe di commessa dei semilavorati affidati alle aziende fornitrici e conto terziste della filiera.

Questa politica di riduzione dei costi, portata avanti dai grandi marchi del settore, nel tempo ha innescato una concorrenza al massimo ribasso all’interno dei distretti industriali, costringendo le aziende principalmente artigiane, ad abbassare il costo del lavoro a scapito dei diritti e dei salari dei lavoratori. Le condizioni di lavoro e i salari stabiliti dal contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto e contrattato dalla nostra organizzazione sindacale insieme a Femca/Uiltec con le Associazioni imprenditoriali artigiane Confartigianato, Cna, Claai e Casartigiani, vengono spesso sistematicamente disattese da parte delle aziende al fine di poter soddisfare le condizioni di acquisizione delle commesse. In questo modo si vanificano, le tutele ottenute per via contrattuale sia nei confronti dei lavoratori che nei confronti delle aziende. Tutto il sistema della bilateralità artigiana, nato per sostenere le aziende ed i lavoratori difronte alle difficoltà crescenti ed insite nella variabilità del mercato viene messo in discussione. 6 Viene messo in discussione il nostro ruolo di rappresentanza e quello delle nostre controparti, non riuscendo più ad intervenire in maniera incisiva nei processi organizzativi della produzione. In una situazione come questa si è sviluppato un terreno fertile per, una rete di illegalità alimentata da associazioni legate alla criminalità organizzata, in condizioni di omertà e di reciproche convenienze. Tragici fatti di cronaca sono avvenuti nel distretto tessile del pratese coinvolgendo lavoratori cinesi, ma la realtà di sfruttamento è diffusa anche ad altri territori se pur con connotazioni e tipologie differenti.

Le conseguenze negative della proliferazione di un’economia territoriale legata all’irregolarità, non si limitano ad effetti depressivi localizzati, ma si estendono alla fiscalità generale, per l’impossibilità di recupero delle somme contributive ed erariali evase dalle aziende che operano in uno stato di economia sommersa. Un altro aspetto pericoloso e preoccupante che sta emergendo, è il proliferare di una contrattazione collettiva nazionale, parallela, che in assenza di una legge sulla rappresentanza, stipula accordi nazionali con condizioni salariali e diritti minori, rispetto ai CCNL stipulati dalle nostre Organizzazioni Sindacali. L’applicazione di tali contratti se pur non illegale dal punto di vista formale della normativa vigente, il più delle volte non garantisce ai lavoratori la copertura contributiva minima nei confronti dell’INPS. Vengono costituite associazioni sindacali datoriali e dei lavoratori, cosiddette di “comodo”, con l’unico scopo di sottoscrivere accordi sindacali capestro, per giustificare lo sfruttamento certificato della filiera ad esclusivo vantaggio dei committenti, e di chi lungo tutto il ciclo produttivo, si insinua per lucrare sui prezzi della sub fornitura, che spesso, partendo da un’unica commessa si suddivide e parcellizza fino a farne perdere le tracce. 

Molto è stato il lavoro svolto dalle nostre organizzazioni sia sul piano nazionale che su quello territoriale, per cercare di garantire il rispetto dei lavoratori, denunciando irregolarità agli organi competenti e stipulando accordi e protocolli tra le parti, al fine di controllare l’intero percorso del processo produttivo. Ci si è interrogati su come poter intervenire, anche sul piano normativo, per garantire il rispetto e l’applicazione di leggi esistenti ma fino ad ora disattese, a causa di una generalizzata mancata assunzione di responsabilità, da parte di alcune Istituzioni ad assumere un ruolo nello stabilire criteri applicativi non esplicitati nei testi delle normative. Mi riferisco principalmente a quanto previsto dal Decreto legislativo 276/2003, poi convertito con legge 296/2006 in tema di appalti. L’articolo 29 prevede la responsabilità solidale tra committenti e appaltatori per il pagamento sia dei salari che dei contributi, per i lavoratori coinvolti nell’appalto. Esiste come vedremo, giurisprudenza consolidata in merito, riferendomi a sentenze dei Tribunali di Prato, Ascoli Piceno, Ancona, Fermo e Corte di Appello di Ancona, che riconoscono la sub fornitura come appalto, per il principio cui: “con il contratto di subfornitura un imprenditore si impegna ad effettuare per conto di una impresa committente lavorazioni su prodotti semilavorati o su materie prime forniti dalla committente medesima, o si impegna a fornire all’impresa prodotti o servizi destinati ad essere incorporati o comunque ad essere utilizzati nell’ambito dell’attività economica del committente o nella produzione di un bene complesso, in conformità a progetti esecutivi, conoscenze tecniche e tecnologiche, modelli o prototipi forniti dall’impresa committente.”

Da ciò la norma relativa alla responsabilità solidale deve ritenersi applicabile estensivamente alle ipotesi di subfornitura, considerando che la medesima ratio di tutela del lavoratore non può non assistere anche i dipendenti del subfornitore, che si differenzia dall’appaltatore particolarmente in ragione dell’elemento ulteriore della dipendenza economica, rimanendo invece immutati altri elementi strutturali. Il contratto di subfornitura è una forma non paritetica di cooperazione imprenditoriale nella quale la dipendenza economica del subfornitore si palesa, oltre che sul piano del rapporto commerciale e di mercato anche su quello delle direttive tecniche di esecuzione. La lavorazione su prodotti semilavorati o su materie prime fornite dal committente, comporta l’inserimento del subfornitore in un determinato livello del processo produttivo proprio del committente. Riconoscendo questo principio possiamo affermare che la filiera produttiva può ritornare ad essere quel valore aggiunto che fino ad oggi ha consentito alla manifattura italiana di contraddistinguersi nel mondo per la specificità di competenze diffuse, e non relegarla ad opportunità di sfruttamento. E’ necessario che le istituzioni superino il criterio della non mono committenza dell’appalto, addebitando al singolo committente la sua quota parte di responsabilità in base al valore delle lavorazioni eseguite in quota percentuale rispetto al fatturato.

La prassi posta in atto nel distretto calzaturiero fermano da parte dell’INPS, dimostra come tale applicazione ed interpretazione possa diventare Direttiva nazionale riconosciuta superando le opposizioni datoriali dei committenti. La politica si deve impegnare a sancire questo principio restituendo legalità e dignità ai lavoratori della moda che nella filiera rendono merito al “Made in Italy” nel mondo. E’ tempo che i committenti abbiamo la consapevolezza e la certezza che l’esternalizzazione delle lavorazioni con l’unico scopo dell’abbattimento dei costi, costringe il tessuto sano delle aziende terziste alla cessazione dell’attività, in favore del proliferare di attività in aziende, che da una parvenza di rispetto delle norme, operano in condizioni di illegalità e compressione di salari e diritti dei lavoratori. Le diseconomie prodotte da queste scelte produttive, debbono ricadere come aggravio dei costi a carico della committenza con l’obbligazione in solido al pagamento dei titoli evasi. La sostenibilità di una buona occupazione all’interno della filiera passa da questi principi, che debbono essere riconosciuti e sanciti non solo dalle Istituzioni, ma anche dalle controparti sociali. Le proposte contenute nella nostra piattaforma rivendicativa, per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei settori artigiani della moda, di definire norme sulla legalità e gli appalti, riconoscendo l’impresa terzista come “sistema unitario” che concorre nella sua interezza, alla realizzazione di un prodotto finito o intermedio di una fase produttiva, stabiliscono il principio di una sistematica applicazione della legge sulla responsabilità solidale.

E’ nostra intenzione condividere con le Associazioni datoriali che rappresentano gli artigiani della Moda la richiesta nei confronti del Ministero del Lavoro, di depositare, una volta rinnovato il contratto nazionale di settore, il salario contrattuale concordato tra le parti, come salario di legalità, a garanzia del lavoro commesso in sub fornitura ed in conto terzi, stabilendo con esso la legalità dell’appalto. Sono queste insieme ad altre, le nostre iniziative per condividere azioni di sistema; la base per costruire una politica settoriale in assenza di una normativa che salvaguarda l’autenticità delle lavorazioni contraddistinte dal marchio “Made in Italy”, che non può essere solo sinonimo di stile ma deve essere anche e soprattutto garanzia di rispetto complessivo di un lavoro qualificato, competente e dignitoso. In un settore la cui caratteristica principale risulta essere quella di un sistema di Piccole e Medie imprese il nostro ruolo di rappresentanza, al pari di quello delle parti datoriali, risulta essere fondamentale e decisivo per tenere insieme le esigenze dei nostri rappresentati nei confronti delle strategie nazionali, europee ed internazionali. L’auspicio è quello che le istituzioni intervengano per legittimare il lavoro importante che abbiamo svolto trovando soluzioni con accordi e contratti, che hanno bisogno di essere rafforzati nella loro esigibilità nei confronti di soggetti, che fanno della loro importanza commerciale, un fattore di predominio sulle economie più deboli.

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Comunicati Filctem e CGIL

  • A Murano interessi su alberghi in crescita e lavoratori e fornaci in calo


    La situazione a Murano è sempre più allarmante. Fornaci chiuse, cartelli “Vendesi” e un proliferare di strutture alberghiere nella completa indifferenza del Comune e della Regione, che non sembrano andare nella direzione di tutelare un sito significativo come quello di Murano.

    Venini

    Ma quale patrimonio dell'Unesco? Quello che stiamo vedendo in questi ultimi mesi è che ci sono interessi opposti alla conservazione di lavoro e imprese sull'isola. Questi segnali ci arrivano dalle feroci discussioni sulle destinazioni d’uso degli immobili. E a questi aggiungiamo l’ultimo elemento di novità, su cui non ho assistito ad alcuna presa di posizione, cioè la messa all'asta dello storico edificio in cui è situato il marchio di Venini. Quindi anche qui sorgerà un albergo?.

    Interessi in conflitto

    Inutile fare assemblee in cui si incontrano le varie parti per chiedere problematicità e richieste, se poi si hanno in mente altri disegni, che sembrano proprio andare nella direzione di fare di Murano un’isola di turismo e dormitorio. All'incontro di un anno e mezzo fa con il sindaco, Luigi Brugnaro, c'erano imprenditori, sindacati e varie associazioni, e ognuno spiegava le proprie esigenze, come la necessità di rafforzare la lotta alla contraffazione, la difesa del marchio, la difficoltà dell'andamento discontinuo della domanda e la concorrenza, anche sleale, rispetto al vetro prodotto sull'isola, con costi più alti e difficoltà ben maggiori, compreso il costo del lavoro. Bene, a valle di quell’incontro non è accaduto nulla, se non chiusure di aziende con lo scopo di convertirle in strutture ricettive, o altre attività non affini all’isola del vetro di Murano. Misuriamo un conflitto d'interessi, non solo istituzionali, ma anche fra imprenditori.

    Cadmio

    Poi arriva la questione del cadmio. Con un dispositivo della Comunità Europea che obbliga, nell’arco di 3 anni, tutte le aziende, a non utilizzare più l'elemento. Ma l’eventuale studio delle composizioni di materiali alternativi, per i colori del vetro, viene affidato a un’azienda qualsiasi. Sparisce la funzione del centro sperimentale, che è sempre esistito, e che in stretto rapporto con i produttori consentì in passato di trovare le combinazioni giuste per non utilizzare più piombo e arsenico.

    Ambiente

    Siamo d’accordo che è necessario adeguarsi e rispettare l’ambiente e la salute. Ma pretendiamo anche che i prodotti introdotti in Italia abbiano le stesse caratteristiche e composizioni di quelli che devono essere fatti in loco, nel rispetto delle regole, affinché non ci sia competizione al ribasso. Il marchio deve essere un elemento attraverso cui le istituzioni, e chi lavora nell’ambiente, difende le garanzie prescritte dalla Comunità Europea. Credo sia arrivato il momento di affrontare la situazione di Murano concretamente, con meno slogan e più fatti a sostegno di un patrimonio millenario sciupato da interessi privatistici che prediligono il denaro veloce.

     
  • Siglato il piano per la sicurezza sul lavoro


     

     

    ▪️È stato firmato in Regione da parti sociali ed istituzioni il “piano strategico regionale sulla salute e sicurezza sul lavoro”. Si tratta di un primo approdo, fortemente voluto dal sindacato mobilitatosi a tutela della vita e della salute dei lavoratori dopo i tragici eventi che hanno seminato lutti nelle aziende della regione.
    Il piano prevede, tra l’altro, l’aumento (intanto di 30 unità, destinate a crescere nei prossimi due anni) dell’organico degli Spisal le cui carenze sono state più volte sottolineate da Cgil Cisl Uil.
    È inoltre istituito un tavolo permanente che dovrà attuare e monitorare l’applicazione del Piano Strategico.

    ▪️“È il primo miglio di una strada ancora lunga e tutta da percorrere”, commenta Christian Ferrari, Segretario Generale della Cgil del Veneto che guarda ai prossimi passi da compiere, primo fra tutti quello verso un protocollo tra le parti sociali che abbia al centro investimenti e modelli organizzativi per un lavoro sicuro e di qualità.

    ▪️“In un 2018 terribile, che ha consegnato alla nostra Regione l’inaccettabile primato in Italia per morti sul lavoro – sottolinea Ferrari – quella di oggi rappresenta una giornata positiva: il Piano Strategico firmato questa mattina costituisce un primo risultato per il mondo del lavoro veneto, reso possibile innanzitutto dalle lavoratrici e dai lavoratori. Con la loro mobilitazione di questi mesi, con gli scioperi, con la grande manifestazione unitaria di Padova hanno portato l’emergenza “salute e sicurezza sul lavoro” dalle pagine di cronaca nera dei quotidiani al centro dell’agenda politica ed economica regionale.

    ▪️Il nostro pensiero – aggiunge Ferrari – va prima di tutto ai familiari delle oltre 40 vittime che, dall’inizio dell’anno, hanno perso la vita nei luoghi di lavoro della nostra regione. È innanzitutto per loro che abbiamo aperto una vertenza – con le parti datoriali e nelle Istituzioni regionali – che non si chiude certo oggi, anzi potremmo dire che oggi si apre veramente, perché – per quanto ci riguarda – potremo dichiararci soddisfatti solo nel momento in cui gli incidenti mortali saranno estirpati dal tessuto produttivo veneto”.
    Quanto al piano, “gli obiettivi previsti e in particolare l’avvio di un percorso di rafforzamento degli organici degli SPISAL – con una misura iniziale di 30 nuove assunzioni nel 2018 che dovrà essere ulteriormente implementata nel 2019/2020 – rappresentano una prima risposta concreta ma sicuramente non conclusiva né risolutiva”, dice Ferrari.

    ▪️Si tratta, insomma, del “primo tratto di un cammino ancora molto lungo che dovrà portarci dalla vergogna dell’attuale primato nazionale a diventare una regione virtuosa nell’applicazione delle norme sulla sicurezza, nei controlli, nella tutela a 360 gradi della salute dei lavoratori. Siamo ancora ben lontani da questo obbiettivo.
    Nessun trionfalismo dunque, ma la semplice convinzione di aver finalmente intrapreso la strada giusta, una strada che vogliamo percorrere fino in fondo, non solo nel confronto con le Istituzioni, ma nella dialettica con le parti datoriali, cui spetta ora assumersi le proprie responsabilità.
    Il rilancio di una vera strategia per la salute e sicurezza nella nostra regione non potrà infatti dirsi completo sino a quando anche le Parti datoriali non assumeranno impegni seri e precisi sul fronte degli investimenti, dei modelli organizzativi, del lavoro sicuro e di qualità, considerando la salute di chi lavora una condizione della produzione che non ammette deroga alcuna.

    ▪️Questo aspetto fondamentale – osserva Ferrari – oggi ancora manca. Ed è per questo che abbiamo chiesto e ottenuto dal Presidente della Regione di farsi promotore e garante affinché il primo compito del Comitato di coordinamento regionale per la sicurezza sul lavoro – il tavolo permanente che dovrà attuare e monitorare l’applicazione del Piano Strategico –sia la sottoscrizione di un protocollo di intesa tra le Parti sociali che abbia al centro questi obiettivi e che assuma coerenti impegni in questa direzione da parte delle Associazioni datoriali, a cominciare da Confindustria.
    Il tavolo regionale per la sicurezza non si conclude quindi con la firma di oggi, ma – se così possiamo dire – rimane convocato in maniera permanente per perseguire una strategia di lungo periodo, la cui attuazione va monitorata costantemente e il cui traguardo potrà dirsi raggiunto solo con un’inversione di tendenza e una vera e propria svolta nella tutela della salute dei lavoratori veneti”.

     
  • 12^ Assemblea provinciale sulla Salute e Sicurezza


     

     

     

     

    Carissime e carissimi, le Segreterie di CGIL CISL UIL di Venezia convocano la 12^ Assemblea provinciale dei delegati aziendali, delle RSU e degli RLS/RLST sul tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, per il giorno venerdì 13 luglio 2018 dalle ore 9.00 presso il Capannone del Petrolchimico a Marghera Venezia. Il titolo di questa 12^ edizione dell’assemblea è “Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro: la gestione oltre l’emergenza”. In un mondo del lavoro, ancora funestato da numerosi incidenti ed infortuni malgrado anni di impegno e mobilitazioni del Sindacato e delle sue rappresentanze, rendere più esigibile la prevenzione sulla base di norme e regole per la salute e la sicurezza sul lavoro deve essere la priorità. CGIL CISL UIL di Venezia ritengono indispensabile continuare a lavorare per rafforzare l’azione sindacale dando voce e autorevolezza alle nostre rappresentanze sindacali (RSU e RLS) nei luoghi di lavoro e nelle occasioni della contrattazione collettiva, nei tavoli negoziali, in particolare sul tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Considerando l’importante percorso intrapreso a livello regionale da CGIL, CISL e UIL del Veneto con la Regione Veneto, chiediamo a tutte le strutture di CGIL CISL UIL di Venezia, l’impegno a diffondere in tutti i luoghi di lavoro questa iniziativa al fine di garantire la presenza qualificata del maggior numero di delegate e delegati per la riuscita di questa importante assemblea.

     
  • Lavoratore morto in lavanderia: "C’è una forte paura in tutte le aziende nel denunciare problemi legati alla sicurezza"


     

    Siamo estremamente colpiti da quanto è avvenuto martedì quando UN LAVORATORE ha perso la vita. Possiamo scrivere qualsiasi parola di commiato e di disappunto, possiamo esprimere qualsiasi tipo di valutazione sulle responsabilità ma in ogni caso è morto UN LAVORATORE. Questo crea una forma di disagio non solo ai colleghi ma anche a tutta una comunità, quella del mondo del lavoro, che negli ultimi mesi sta subendo gravissime ed insensate perdite. Leggendo un po’ le reazioni e le dichiarazioni si fa intendere che c’è stata qualche forma di negligenza da parte del lavoratore, noi questo non possiamo assolutamente accettarlo in quanto possiamo dire chiaramente che se ci fossero una valutazione del rischio, una formazione e preparazione adeguata ma anche un’organizzazione del lavoro specifica forse si riuscirebbe a fare di più. Diciamo forse perché il “rischio zero” non esiste ma può invece esistere la gestione del rischio nella consapevolezza di tutti. Quali sono i limiti che riscontriamo come sindacato? C’è una forte paura da parte dei lavoratori in tutte le aziende di denunciare problemi legati alla sicurezza, possiamo dire che esiste una forma di omertà che è generata dalla precarietà che viene data non solo dai contratti stabili ma soprattutto per la facilità nei licenziamenti e per la libertà che molti imprenditori hanno per ricattare i dipendenti. È ovvio che un periodo di crisi può far assumere a molte lavoratrici e molti lavoratori una posizione in cui è meglio stare zitti piuttosto che perdere il posto di lavoro.


    Quindi è inutile fare riflessioni quando queste tragedie accadono e per qualche giorno vengono lette sui giornali e poi ci sono effetti solidaristici che durano per un tempo brevissimo e si ritorna poi alla normalità. Il Veneto detiene purtroppo questo triste record delle morti bianche sul lavoro, e aldilà di qualche tavolo organizzato per intervenire sulla questione oggi si continua a parlare di prosecco, dei mondiali di calcio e delle olimpiadi invernali. Per rendersi conto di come stanno le cose basta prendere la macchina e fare un giro in prossimità della Fincantieri all’ora di pranzo o al mattino presto per toccare con mano questo tipo di disagio. Aldilà di tutte queste riflessioni ora però abbiamo il dovere di dare sostegno legale alla famiglia di questo lavoratore e percorrere tutte le vie necessarie per rendere giustizia senza che vi siano valutazioni superficiali che di solito si scaricano nei confronti del lavoratore. Ci auguriamo che questo non sia solo un dovere del sindacato ma che sia, e soprattutto diventi, una questione di maggior interesse da parte anche delle istituzioni venete e veneziane.

    Segreteria FILCTEM CGIL Venezia
    Riccardo Colletti
    Michele Pettenò