RELAZIONE di Sonia Paoloni CONVEGNO 28 SETTEMBRE 2017 NAPOLI

“Appalti e legalità nella filiera artigiana e delle PMI nei settori della Moda” Buongiorno a tutti e grazie di essere intervenuti a questo incontro che abbiamo organizzato per condividere la nostra esperienza di rappresentanza all’interno della filiera della Moda, analizzandone i punti di forza e di debolezza, sia nel nostro Paese che nei Paesi esteri, che unitariamente contribuiscono a realizzare i semilavorati che compongono il prodotto finito, e dare una risposta concreta alle problematiche individuate condividendone i principi e le iniziative con i nostri interlocutori. Partendo da prassi consolidate in atto ed esperienze concrete, il nostro scopo è quello di avanzare proposte per definire norme a tutela dei diritti dei lavoratori che sono impiegati in tutto il ciclo produttivo lungo la filiera. Il Sistema moda rappresenta in Italia uno dei principali settori del manifatturiero in termini di imprese, addetti e di esportazioni, costituendo circa il 17% di tutto il tessuto manifatturiero nazionale e contribuendo per circa il 14% alle esportazioni totali, collocandosi secondo dietro il settore metalmeccanico sia per estensione del tessuto produttivo che per quantità dell’export. Il settore nel suo complesso sviluppa un fatturato che per il 2016 si è attestato in circa 88 miliardi di euro, e che dà lavoro a più di 600.000 6 addetti, complessivamente impiegati nei settori del tessile, abbigliamento, pelletterie, calzature, ed accessoristica, con una media di numero di aziende pari a circa 67.000.

A questi si aggiungono i circa 155.000 addetti occupati nelle oltre 60.000 aziende artigiane. Da questi numeri si evince che l’occupazione nel sistema Moda del nostro Paese, è molto rilevante e lo è, in particolar modo per alcuni territori, la cui economia principale è determinata dalle attività dirette ed indirette legate al settore. Parliamo di distretti industriali, per citarne alcuni, come quello pratese del Tessile, quello fermano-maceratese della calzatura, quello calzaturiero della riviera del Brenta, quello del distretto delle calzature di Lecce, e di tutte le attività legate alle produzioni di abbigliamento, pelletterie, calzature e accessoristica del napoletano. Più dell’80% della forza lavoro, nei territori indicati, è occupata in aziende di piccole, piccolissime e medie dimensioni che spesso lavorano in committenza e sub fornitura. In altre regioni d’Italia, come la Lombardia, dove il settore della Moda rappresenta quasi il 22% dell’occupazione totale, siamo in presenza di imprese di grandi dimensioni, molto strutturate. Si tratta perciò, di un sistema composto da alcune grandi imprese con Brand riconosciuti in tutto il mondo, che investono in ricerca, sviluppo ed innovazione, e parallelamente da un fitto tessuto di piccole imprese che si specializzano nella realizzazione di una o più fasi della produzione, che sono in grado di garantire quella flessibilità produttiva tipica del mercato della Moda. Il sistema deve la sua competitività oltre ai fattori legati allo sviluppo del prodotto, al know-how, al gusto e alla tradizione, soprattutto alla sinergica collaborazione fra le diverse fasi della filiera che si estende fino al retail. 

La specificità della nostra manifattura è dovuta principalmente ad un tessuto produttivo parcellizzato, che rappresenta unitariamente il cuore del nostro “Made in Italy”, e che condiziona nel bene e nel male, la qualità dello sviluppo di intere aree produttive. Il “Made in Italy” contraddistingue i nostri prodotti per garanzia di qualità, sostenibilità e sicurezza, riconosciuti a livello internazionale, e rende il nostro Paese leader a livello mondiale. Negli ultimi anni il tessuto manifatturiero della moda italiana ha avviato una lunga e profonda trasformazione che, seppur provocando una riduzione complessiva del numero degli occupati e delle aziende attive, ha saputo tenere insieme professionalità, artigianalità, competenza e passione, con un saper fare unico al mondo. Ciò che emerge dall’analisi di questa trasformazione è l’importanza di un profilo che non è semplicemente l’upgrade in termini di conoscenze e competenze del singolo operatore, lavoratore tradizionale, ma è piuttosto l’evoluzione dell’artigianato e della sua rinnovata collocazione all’interno della filiera produttiva. L’assunzione di responsabilità di cui si fanno carico le aziende artigiane coinvolge direttamente ed inevitabilmente i lavoratori rispetto alle scelte importanti che derivano dalle strategie dei grandi Brand della Moda. La capacità di intervenire legata al dialogo e all’interazione, la consapevolezza del proprio ruolo nello sviluppo del processo produttivo, sono tutte caratteristiche che mettono in luce la ricchezza e il peso della filiera rispetto alla competitività della manifattura italiana.

All’interno di questo complesso sistema esistono e coesistono però realtà che hanno bisogno di essere meglio conosciute, analizzate e sviscerate nella necessità di avere una coerenza tra i risultati complessivi ottenuti dal settore e la tutela dei diritti di chi lavora nella realizzazione dell’intero processo. Il sistema tutto beneficia di una rete produttiva organizzata in distretti industriali che sono passati da motore dell’economia, il cui funzionamento ha destato interesse sia nei sistemi produttivi europei più avanzati come quello tedesco che in quelli americani, ad elemento di forte debolezza per la caratteristica principale rispetto alle limitate dimensioni di impresa. Si è delineato e accentuato negli anni un forte disvalore all’interno della filiera produttiva causato dalla tendenza delle grandi Griffe del settore a comprimere i costi di produzione. Da una prima fase molto spinta, di delocalizzazione di alcune fasi di lavorazione, principalmente verso i Paesi a basso costo del lavoro, siamo passati alla contrazione dei costi nel mercato interno, penalizzando le tariffe di commessa dei semilavorati affidati alle aziende fornitrici e conto terziste della filiera.

Questa politica di riduzione dei costi, portata avanti dai grandi marchi del settore, nel tempo ha innescato una concorrenza al massimo ribasso all’interno dei distretti industriali, costringendo le aziende principalmente artigiane, ad abbassare il costo del lavoro a scapito dei diritti e dei salari dei lavoratori. Le condizioni di lavoro e i salari stabiliti dal contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto e contrattato dalla nostra organizzazione sindacale insieme a Femca/Uiltec con le Associazioni imprenditoriali artigiane Confartigianato, Cna, Claai e Casartigiani, vengono spesso sistematicamente disattese da parte delle aziende al fine di poter soddisfare le condizioni di acquisizione delle commesse. In questo modo si vanificano, le tutele ottenute per via contrattuale sia nei confronti dei lavoratori che nei confronti delle aziende. Tutto il sistema della bilateralità artigiana, nato per sostenere le aziende ed i lavoratori difronte alle difficoltà crescenti ed insite nella variabilità del mercato viene messo in discussione. 6 Viene messo in discussione il nostro ruolo di rappresentanza e quello delle nostre controparti, non riuscendo più ad intervenire in maniera incisiva nei processi organizzativi della produzione. In una situazione come questa si è sviluppato un terreno fertile per, una rete di illegalità alimentata da associazioni legate alla criminalità organizzata, in condizioni di omertà e di reciproche convenienze. Tragici fatti di cronaca sono avvenuti nel distretto tessile del pratese coinvolgendo lavoratori cinesi, ma la realtà di sfruttamento è diffusa anche ad altri territori se pur con connotazioni e tipologie differenti.

Le conseguenze negative della proliferazione di un’economia territoriale legata all’irregolarità, non si limitano ad effetti depressivi localizzati, ma si estendono alla fiscalità generale, per l’impossibilità di recupero delle somme contributive ed erariali evase dalle aziende che operano in uno stato di economia sommersa. Un altro aspetto pericoloso e preoccupante che sta emergendo, è il proliferare di una contrattazione collettiva nazionale, parallela, che in assenza di una legge sulla rappresentanza, stipula accordi nazionali con condizioni salariali e diritti minori, rispetto ai CCNL stipulati dalle nostre Organizzazioni Sindacali. L’applicazione di tali contratti se pur non illegale dal punto di vista formale della normativa vigente, il più delle volte non garantisce ai lavoratori la copertura contributiva minima nei confronti dell’INPS. Vengono costituite associazioni sindacali datoriali e dei lavoratori, cosiddette di “comodo”, con l’unico scopo di sottoscrivere accordi sindacali capestro, per giustificare lo sfruttamento certificato della filiera ad esclusivo vantaggio dei committenti, e di chi lungo tutto il ciclo produttivo, si insinua per lucrare sui prezzi della sub fornitura, che spesso, partendo da un’unica commessa si suddivide e parcellizza fino a farne perdere le tracce. 

Molto è stato il lavoro svolto dalle nostre organizzazioni sia sul piano nazionale che su quello territoriale, per cercare di garantire il rispetto dei lavoratori, denunciando irregolarità agli organi competenti e stipulando accordi e protocolli tra le parti, al fine di controllare l’intero percorso del processo produttivo. Ci si è interrogati su come poter intervenire, anche sul piano normativo, per garantire il rispetto e l’applicazione di leggi esistenti ma fino ad ora disattese, a causa di una generalizzata mancata assunzione di responsabilità, da parte di alcune Istituzioni ad assumere un ruolo nello stabilire criteri applicativi non esplicitati nei testi delle normative. Mi riferisco principalmente a quanto previsto dal Decreto legislativo 276/2003, poi convertito con legge 296/2006 in tema di appalti. L’articolo 29 prevede la responsabilità solidale tra committenti e appaltatori per il pagamento sia dei salari che dei contributi, per i lavoratori coinvolti nell’appalto. Esiste come vedremo, giurisprudenza consolidata in merito, riferendomi a sentenze dei Tribunali di Prato, Ascoli Piceno, Ancona, Fermo e Corte di Appello di Ancona, che riconoscono la sub fornitura come appalto, per il principio cui: “con il contratto di subfornitura un imprenditore si impegna ad effettuare per conto di una impresa committente lavorazioni su prodotti semilavorati o su materie prime forniti dalla committente medesima, o si impegna a fornire all’impresa prodotti o servizi destinati ad essere incorporati o comunque ad essere utilizzati nell’ambito dell’attività economica del committente o nella produzione di un bene complesso, in conformità a progetti esecutivi, conoscenze tecniche e tecnologiche, modelli o prototipi forniti dall’impresa committente.”

Da ciò la norma relativa alla responsabilità solidale deve ritenersi applicabile estensivamente alle ipotesi di subfornitura, considerando che la medesima ratio di tutela del lavoratore non può non assistere anche i dipendenti del subfornitore, che si differenzia dall’appaltatore particolarmente in ragione dell’elemento ulteriore della dipendenza economica, rimanendo invece immutati altri elementi strutturali. Il contratto di subfornitura è una forma non paritetica di cooperazione imprenditoriale nella quale la dipendenza economica del subfornitore si palesa, oltre che sul piano del rapporto commerciale e di mercato anche su quello delle direttive tecniche di esecuzione. La lavorazione su prodotti semilavorati o su materie prime fornite dal committente, comporta l’inserimento del subfornitore in un determinato livello del processo produttivo proprio del committente. Riconoscendo questo principio possiamo affermare che la filiera produttiva può ritornare ad essere quel valore aggiunto che fino ad oggi ha consentito alla manifattura italiana di contraddistinguersi nel mondo per la specificità di competenze diffuse, e non relegarla ad opportunità di sfruttamento. E’ necessario che le istituzioni superino il criterio della non mono committenza dell’appalto, addebitando al singolo committente la sua quota parte di responsabilità in base al valore delle lavorazioni eseguite in quota percentuale rispetto al fatturato.

La prassi posta in atto nel distretto calzaturiero fermano da parte dell’INPS, dimostra come tale applicazione ed interpretazione possa diventare Direttiva nazionale riconosciuta superando le opposizioni datoriali dei committenti. La politica si deve impegnare a sancire questo principio restituendo legalità e dignità ai lavoratori della moda che nella filiera rendono merito al “Made in Italy” nel mondo. E’ tempo che i committenti abbiamo la consapevolezza e la certezza che l’esternalizzazione delle lavorazioni con l’unico scopo dell’abbattimento dei costi, costringe il tessuto sano delle aziende terziste alla cessazione dell’attività, in favore del proliferare di attività in aziende, che da una parvenza di rispetto delle norme, operano in condizioni di illegalità e compressione di salari e diritti dei lavoratori. Le diseconomie prodotte da queste scelte produttive, debbono ricadere come aggravio dei costi a carico della committenza con l’obbligazione in solido al pagamento dei titoli evasi. La sostenibilità di una buona occupazione all’interno della filiera passa da questi principi, che debbono essere riconosciuti e sanciti non solo dalle Istituzioni, ma anche dalle controparti sociali. Le proposte contenute nella nostra piattaforma rivendicativa, per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei settori artigiani della moda, di definire norme sulla legalità e gli appalti, riconoscendo l’impresa terzista come “sistema unitario” che concorre nella sua interezza, alla realizzazione di un prodotto finito o intermedio di una fase produttiva, stabiliscono il principio di una sistematica applicazione della legge sulla responsabilità solidale.

E’ nostra intenzione condividere con le Associazioni datoriali che rappresentano gli artigiani della Moda la richiesta nei confronti del Ministero del Lavoro, di depositare, una volta rinnovato il contratto nazionale di settore, il salario contrattuale concordato tra le parti, come salario di legalità, a garanzia del lavoro commesso in sub fornitura ed in conto terzi, stabilendo con esso la legalità dell’appalto. Sono queste insieme ad altre, le nostre iniziative per condividere azioni di sistema; la base per costruire una politica settoriale in assenza di una normativa che salvaguarda l’autenticità delle lavorazioni contraddistinte dal marchio “Made in Italy”, che non può essere solo sinonimo di stile ma deve essere anche e soprattutto garanzia di rispetto complessivo di un lavoro qualificato, competente e dignitoso. In un settore la cui caratteristica principale risulta essere quella di un sistema di Piccole e Medie imprese il nostro ruolo di rappresentanza, al pari di quello delle parti datoriali, risulta essere fondamentale e decisivo per tenere insieme le esigenze dei nostri rappresentati nei confronti delle strategie nazionali, europee ed internazionali. L’auspicio è quello che le istituzioni intervengano per legittimare il lavoro importante che abbiamo svolto trovando soluzioni con accordi e contratti, che hanno bisogno di essere rafforzati nella loro esigibilità nei confronti di soggetti, che fanno della loro importanza commerciale, un fattore di predominio sulle economie più deboli.

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Comunicati Filctem e CGIL

  • Grandi navi lungo il canale dei petroli: raffineria e tubo d'azoto tra gli ostacoli


     

     

    Ecco quali discontinuità si incontrano in pratica, per realizzare il passaggio dei grandi condomini del mare in quest'area. Tutti i nodi irrisolti: dai serbatoi della Raffineria Eni al tubo dell'azoto, passando attraverso il nastro trasportatore Pilkington con il magazzino di stoccaggio, e il pericolo speculazione sui terreni

     
  • Progetto Giovani alla Pilkington, Cgil: "Dovere di tutti di rendere la vita facile agli stagisti"


     

     

    "Corrispondere i rimborsi alla fine del programma formativo, o 45 giorni dopo, ci squalifica nel contesto europeo e crea disparità nelle opportunità in base alle risorse delle famiglie"

    PROGETTO GIOVANI IN PILKINGTON

    Credo giusto ribadire alcune questioni:

    la prima, noi Cgil non siamo assolutamente contrari al progetto giovani però avendolo visto applicare nell’ambito della Pilkington siamo in grado di dire chiaramente, dimostrandolo, che molti di quei giovani stagisti non hanno ricevuto ad oggi alcun indennizzo.

    Non siamo di sicuro fuori strada rispetto a quello che stiamo dicendo. Ma vogliamo riferirci a quelli che dicono che i posti di lavoro ci sono, mentre i giovani non sono interessati alle offerte. Ci sarà un motivo?

    A poco ci servono le giustificazioni della regione, in quanto si riferiscono a dispositivi di legge che prevedono i rimborsi 45 giorni dopo la fina dello stage. La cosa ci pare alquanto strana, perché osservando quanto previsto dal dispositivo di legge Monti e Fornero, si prevede:

    “Contratto stage stipendio minimo di 300 euro lordi: il compenso minimo che un tirocinante può ricevere, con un contratto di tirocinio, detta indennità di partecipazione al tirocinio, è di competenza delle Regioni e delle Province Autonome. Secondo gli standard delle Linee Guida lo stipendio minimo non può essere al di sotto delle 300 euro MENSILI.

    Tirocini di inserimento o reinserimento al lavoro: sono stage svolti a favore dei disoccupati, compresi i lavoratori in mobilità e degli inoccupati. La disciplina di questi tirocini è interamente affidata alle Regioni.

    Verificando in altre Regioni o Province Autonome, abbiamo riscontrato che la regola dei 300 euro, corrisposti mensilmente, è applicata.

    Contratto di stage: stipendio e diritti del Lavoratore

    Come abbiamo già sottolineato, per i giovani che hanno concluso il loro percorso formativo e che stipulano un contratto di stage con un’azienda, sono previste particolari tutele e diritti. Lo stage, sottolineiamo, non è un vero e proprio contratto e non esistono specifiche che riguardano la retribuzione e lo stipendio, fatta esclusione per il tirocinio Garanzia Giovani. In ogni caso è comunque garantita un’indennità di partecipazione o rimborso spese che di norma, ripetiamo, non può essere inferiore ai 300 euro lordi MENSILI. Si tratta di un’indennità assimilata fiscalmente al reddito da lavoro dipendente che in ogni caso non ha effetti sullo stato di disoccupazione di chi è assunto con contratto di stage. Una tipologia particolare di stage è, come anticipato, Garanzia Giovani, anche se in questo caso è più corretto parlare di tirocinio.

    Il giovane stagista ha diritto ad uno stipendio di norma non inferiore ai 500 euro lordi, che verrà corrisposto in parte dal datore di lavoro, in parte dalla Regione”

    La nostra domanda è: se la legge dello Stato prevede questo la Regione Veneto come ha normato tale disposizione?

    Se la Regione sostiene di essere in regola, cosa che non mettiamo in discussione, può essere che un giovane che inizia a lavorare attraverso uno stage o tirocinio, debba pagare di tasca propria le spese relative a tutto il periodo formativo, per aspettare 45 giorni dopo questo periodo, il rimborso?


    Noi abbiamo la necessità, se non il dovere, di dare una mano alle aziende perché attraverso questi percorsi beneficiano di sgravi fiscali, ma nei confronti dei giovani abbiamo il dovere di rivedere tutto perché mi pare poco accettabile, se non ingiusto, che chi affronta oggi il mondo del lavoro, debba partire già svantaggiato. Mi sembra una regressione di diritti ma anche una disparità rispetto al contesto europeo.

    Abbiamo il dovere di tutelare i giovani e di cercare i percorsi che rendano la vita più semplice alla ricerca di inserimento occupazionale. E’ ovvio che un giovane che non ha lavoro è costretto a chiedere aiuto alla famiglia, ai genitori, ai nonni, per sostenere qualsiasi spesa per affrontare un percorso di inserimento lavorativo. Ma se la famiglia è disagiata, allora un giovane si vede costretto a rinunciare a questi percorsi e a queste opportunità.


    Se chiunque volesse approfondire può verificare: bonus-garanzia-giovani-2017-circolare-inps-40-2017

     

     
  • Pensioni, lavoro e futuro: il 2 dicembre tutti a Torino con la Cgil


     

     

     

    Care compagne e cari compagni,
     ecco la manifestazione organizzata dalla sola  CGIL per SABATO 2 DICEMBRE 2017.
    La manifestazione si terrà a TORINO a partire dalle 10.30.
    La FILCTEM CGIL di Venezia metterà a disposizione un pullman con partenza prevista intorno alle 4.00 . 
    Nei prossimi giorni, e al più presto, vi daremo indicazioni più precise.
    E' fondamentale garantire la massima adesione a questa importante iniziativa della CGILper questo vi chiediamo di diffondere tra le lavoratrici e i lavoratori il volantino e di affiggerlo nelle bacheche aziendali. 
    Vi chiediamo inoltre di iniziare a raccogliere le adesioni alla manifestazione sul modulo che alleghiamo e di comunicarcele tempestivamente.
    Dobbiamo dare il massimo contributo per far partecipare le lavoratrici, i lavoratori, i pensionati, i giovani per essere tantissimi  e  per ottenere delle risposte concrete e per ridare speranza e fiducia al nostro Paese.
     
    Vi aspettiamo numerosi!
     
    Fraterni saluti.
     
  • Pensioni, si rompe il fronte sindacale: al via iniziative di mobilitazione della Cgil


     

     

     

    Si è tenuto sabato il previsto incontro con il Governo sulla previdenza, alla presenza del Presidente del Consiglio e dei ministri Poletti, Padoan e Madia.
    Il Governo ha ribadito le proposte avanzate nel precedente incontro, contenute in un documento, che è stato consegnato (vedi allegato), a cui sono stati aggiunti due soli elementi: l’estensione del blocco dell’innalzamento dei requisiti contributivi di pensionamento anche alle pensioni di anzianità, ma limitatamente alle sole 15 categorie dei cosiddetti lavori gravosi; la costituzione di un fondo per finanziare, con gli eventuali residui derivanti dalla gestione dell’Ape sociale del 2018, una eventuale proroga dell’Ape stessa nel 2019.
    La valutazione sindacale, rispetto a queste proposte, è stata differenziata.
    Per quanto ci riguarda, abbiamo confermato il nostro giudizio negativo sull’impianto della proposta, giudizio che rimane valido anche alla luce delle integrazioni proposte.
    In particolare abbiamo rimarcato la mancanza di risposte a questioni per noi decisive come la prospettiva previdenziale per i giovani ed il riconoscimento del lavoro di cura, l’intervento del tutto insufficiente sul meccanismo di adeguamento all’aspettativa di vita, l’inconsistenza della platea dei lavori considerati gravosi, anche con l’allargamento del blocco all’anzianita delle sole mansioni gravose.
    Inoltre non esiste una reale apertura sull’estensione e sulla proroga dell’Ape sociale in quanto la proposta non prevede risorse aggiuntive rispetto a quelle già previste a bilancio.
    La Cisl ha invece considerata condivisibile la proposta, ancor più con l’integrazione dei due elementi, e si è limitata a suggerire alcune modifiche su aspetti di dettaglio.
    La UIL ha insistito sull’esigenza di conoscere nel dettaglio l’impatto finanziario delle proposte avanzate, sulla prossima legge di bilancio e ha ribadito l’esigenza di integrare le misure ipotizzate dal Governo.
    È significativo che alle richieste di chiarimenti sugli aspetti finanziari, seppur ripetutamente sollecitato anche da noi, il Governo non ha voluto rispondere.
    Su richiesta del Governo l’incontro è stato aggiornato a martedì prossimo per permettere ulteriori approfondimenti. Il Presidente del consiglio ha comunque precisato che la verifica sarà limitati a elementi di dettaglio rispetto alle proposte presentate.
    Per quanto ci riguarda, esauriti i margini negoziali, abbiamo confermando il giudizio negativo espresso.
    In coerenza con le decisioni assunte dal CD nazionale del 13 novembre, daremo corso alle iniziative di mobilitazione.