Porto Marghera, foto: parliamodilavoro

Il possibile passo indietro delle istituzioni su Porto Marghera ci lascia sgomenti e ci appare difficile da credere.

Anni di slogan e proclami. Decine di tavoli e di impegni presi per rilanciare questo importantissimo polo industriale. Ma per ogni passo avanti che sembra venga fatto, ne seguono 2 all'indietro.

Sicuramente almeno 2. 

Quello della Regione che si tira indietro sulla questione dei 107 ettari di Eni, lasciando ogni cosa in mano al comune. E quello dello Stato, che riflette sull'esclusione di Porto Marghera dalle aree di crisi.

La superficialità con cui le decisioni vengono prese sulle aree produttive del nostro paese e dei nostri territori, per noi è inaccettabile.

Non staremo di certo a guardare mentre la politica fa lo "scarica barile" su Porto Marghera, dove molte centinaia di lavoratori sono ancora e saldamente ancorati al loro lavoro.

Porto Marghera come Murano: sembra si faccia di tutto per assecondare il declino, costante e inesorabile. E sembra che alla volontà espressa di voler salvare e rilanciare queste aree nel veneziano, facciano seguito comportamenti e decisioni del tutto contrarie a quanto concordato, garantito, promesso.

Sul dietro front della Regione, in merito ai 107 ettari, non abbiamo molti dubbi.

Non ci pare possano esserci tante interpretazioni su un gesto simile, assolutamente indicativo del disinteresse sulla faccenda, più volte rinviata e lasciata nel cassetto. 

La Regione Veneto, dando in carico al Comune di Venezia l’onere di gestire la situazione delle aree, apre di fatto la strada alla cessione di quei terreni ai privati.

 

Conosciamo anche bene la posizione del sindaco della città lagunare sulla questione, con piani e disegni che tutto includono fuorché ridare una connotazione industriale a Marghera.

E questo, cosa assai grave, determina anche un accantonamento delle bonifiche che spalanca la strada a possibili speculazioni.

Il preliminare fatto da Eni con Regione e Comune a questo punto deve essere rivisto per evitare di deresponsabilizzare l’Eni e che nessuno chieda più conto neppure dei progetti futuri che erano stati presentati dalla società del cane a 6 zampe, proprio sulla chimica verde.

L'ultima amministrazione comunale insediata non ha comunque mai nascosto l'intenzione di intervenire su tutta la prima zona industriale, con un piano d’investimenti per un riassetto urbanistico prevalentemente votato al turismo.

Questo con tutte le conseguenti difficoltà per le aziende che esistono e resistono ancora su quell'area: Pilkington, la Raffineria, fino ad arrivare a Fincantieri.

Non abbiamo molti dubbi sul fatto che se il comune acquisirà 107 ettari, avrà ulteriori margini d’intervento per trasformare quello spazio con un progetto di “rilancio” che di sicuro non avrà niente a che fare con il mantenimento delle attività esistenti, tanto meno per nuovi insediamenti industriali.

L'avvento dei privati in questo quadro non farebbe che segnare la fine di Porto Marghera. E se anche fosse per un nuovo inizio, riteniamo che la trasformazione di un polo così importante richieda tempo e richieda progetti di trasformazione imponenti e con scopi specifici, studiati, condivisi, con orientamenti e programmi di lungo respiro.

Ci siamo stancati di vedere furberie messe in atto dalle istituzioni, ma soprattutto di vedere che al posto di difendere un polo industriale così importante si apra nel disinteresse comune la strada a speculazioni.

Non possiamo pensare al destino del lavoro in queste condizioni. I progetti sono naufragati e i soggetti istituzionali anziché proteggere sembrano "assecondare" il declino.

Anche dal punto di vista ambientale questo processo ci mette a rischio, a causa delle speculazioni sulle bonifiche.

Ora si deve combattere per far rientrare Marghera e Murano dentro l’area di crisi e affinché la Regione faccia una conferenza di servizio per parlare di attività industriali, bonifiche e lavoro. 

Ci siamo stancati di leggere comunicati regionali sugli immigrati.

Se il tempo perso dagli assessori a parlare di extracomunitari, alloggi, ecc. fosse impiegato per riflettere seriamente sul futuro lavorativo dei concittadini, forse si centrerebbe il problema. Basta slogan.

La politica deve lavorare e lavorare sui problemi concreti.