Continua la crisi per la società Kelemata, storico marchio nella produzione di cosmetici.

La crisi è ormai da più di 4 anni che sta mettendo a dura prova la società e i lavoratori, in questo periodo c'è stata una riduzione della forza lavoro di circa il 30 % e continue perdite produttive ed economiche. Si è passati dai circa 80 dipendenti occupati nel 2013/14 ai 55 di oggi.

In questi anni la società ha puntato alla riduzione dei costi tagliando l'organico, riorganizzando le attività, trasferendo alcune produzioni e servizi a società terze e cercando di velocizzare alcune produzioni con investimenti che ad oggi devono ancora dare risultati.

Come FILCTEM-CGIL, FEMCA-CISL e UILTEC-UIL di Venezia riteniamo che ridurre i costi sulla produzione per diminuire il prezzo del prodotto senza un piano industriale, non sia la soluzione della crisi di Kelemata.

Troppi sono gli esempi di aziende che chiudono perché tentano di competere con gare al ribasso sul prezzo e troppe sono le aziende che questa partita la perdono. Per questo riteniamo che il rilancio di una società debba passare per un piano industriale che da anni chiediamo e che puntualmente non ci viene presentato.

A nostro avviso vanno ricercate produzioni innovative, che coprano mercati nuovi di alta fascia e clientele diverse, sostenute da un marketing nuovo, utilizzando sistemi di pubblicità diverse e moderne, guadagnando spazi sui nuovi mezzi di comunicazione e rafforzando la ricerca in una forte sinergia tra l'apparato commerciale e i laboratori.

Ci chiediamo: come può pensare Kelemata di sopravvivere quando finiranno gli ammortizzatori sociali, se già oggi con l’abbattimento dei costi sul lavoro derivanti dagli stessi ammortizzatori continuano a perdere soldi?

Per questo riteniamo che non si possa accettare l’idea che vengano richiesti altri sacrifici ai lavoratori i quali,  da più di 4 anni, vivono una situazione di incertezza lavorativa, familiare ed economica, senza una vera svolta legata ad un progetto industriale  Abbiamo tentato di tutto, sono stati usati 4 anni di ammortizzatori sociali tra cassa integrazione e contratto di solidarietà con grandi sacrifici di tutti, hanno spremuto all’osso gli organici, gli operatori addetti alla manutenzione sono contati e non riescono a fare la manutenzione richiesta, gli operatori delle linee di produzione  devono saltare da una linea ad un’altra e spesso senza la dovuta preparazione.

In laboratorio, che è il fulcro di un’azienda come Kelemata, non è stato fatto un vero investimento di ricerca e sono state sospese delle attività perché si doveva lavorare 3 giorni alla settimana per recuperare i costi invece di ampliare la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti.

Il laboratorio, in una fase come questa, dovrebbe ricercare novità e qualità, concentrandosi sulle esigenze del cliente in collaborazione con uno studio approfondito del settore commerciale.

Riteniamo che se fino ad oggi l’uso degli ammortizzatori sociali ha tenuto a galla l’azienda e i sacrifici dei lavoratori hanno salvato il salvabile, ora questo non può più essere la risposta, ma serve un vero cambio di strategia.

Abbiamo spinto per recuperare attività date all'esterno e dopo anni ci si è accorti che  avevamo ragione, ma non vediamo i ritorni delle stesse e sembra invece che l'intento sia ancora di esternalizzare.

Chiediamo un vero impegno affinché si recuperino queste attività date ad aziende terze, partendo dalla produzione e dalle manutenzioni. E’ importante lavorare con efficienza, senza perdite continue di tempo e tonnellate affinché si possano garantire gli interventi richiesti senza far slittare le produzioni come invece accade ora. Chiediamo si riprendano le attività di magazzino perché, anche a detta dell'azienda, date a terzi si ha un aumento dei costi .

Come FILCTEM-CGIL, FEMCA-CISL e UILTEC-UIL di Venezia non siamo mai riusciti fare una discussione con la proprietà e non possiamo attendere ancora; il tempo della gestione è  finito, serve mettere in campo tutte le soluzioni per riprendere in mano una società storica e importante come Kelemata. Riteniamo inoltre che in un momento delicato come quello che stanno vivendo i lavoratori, debba essere fatta grande attenzione su come si gestiscono le relazioni interne, individuali e sindacali, evitando modifiche unilaterali dell'organizzazione del lavoro o dell'orario, evitando di creare difficoltà familiari già pesanti per la situazione sopra descritta.

Non staremo  guardare la morte lenta di Kelemata e ci attiveremo con tutte le iniziative per salvare i posti di lavoro, convinti che in questa azienda vi siano le capacità e la possibilità per risollevarsi.

Le segreterie territoriali

FILCTEM-CGIL, FEMCA-CISL e UILTEC-UIL di Venezia

Martellago, 23 novembre 2018

 

 


 

Nello storico Capannone del Petrolchimico abbiamo ricordato Bruno Filippini ad un anno dalla sua scomparsa, dedicandogli uno spazio in cui abbiamo affisso una targa e sotto la targa il Suo testamento intitolato “Noi c’eravamo”. La nostra volontà non è stata solo l’idea di commemorare il nostro compagno Bruno Filippini  ma quella  di rilanciare con forza il cambiamento sul  futuro di Porto Marghera.  L’insegnamento che abbiamo ricevuto da Bruno  lo vogliamo mettere in pratica. Siamo sempre stati una parte attiva nella difesa delle attività industriali. Abbiamo vissuto periodi difficili caratterizzati anche da forti contrapposizioni.  Pur avendo un’industria del tutto ridimensionata ma rafforzata, oggi  c’è bisogno  di fare un salto di qualità. È questo quello che Bruno si aspettava e si aspetta da noi. Negli ultimi anni abbiamo sempre vissuto un rapporto difficoltoso con le Istituzioni  perché  non hanno mai accompagnato un cambiamento vero di Porto Marghera.

Come Sindacato abbiamo gestito crisi industriali, chiusure di aziende, drammatiche ristrutturazioni. Oggi per mancanza di una scelta strategica molti lavoratori  sono in disoccupazione senza un vero e proprio futuro. Porto Marghera ha delle opportunità e delle potenzialità che non possono essere lontane da quella che è un’attività industriale. Difficilmente  possono coesistere attività turistiche nell’area di Porto Marghera dove prevalentemente c’è industria e logistica.  Qualsiasi scelta da fare  in questo senso deve avere una caratterizzazione industriale.


 


 

Si è perso troppo tempo  aspettando un vero piano strategico.  Da Orsoni a Brugnaro non è cambiato nulla. Si continua ad affermare che le aree sono interessanti, che ci sono manifestazioni di interesse ma lo si fa solo con dichiarazioni  sulla stampa. Nessuna prova di fatto. Si evoca sempre la “cabina di regia” che dovrebbe coordinare il piano di rilancio di Porto Marghera all’interno  di queste reiterate manifestazioni di interesse.  Quello che ci preoccupa invece è il piano attivo: il “chi fa che cosa”. Fino a quando non sarà finita la con-terminazione delle macro isole, non ci sarà un’idea del costo vero della bonifica. Qualsiasi manifestazione di interesse impatta su queste incognite di spesa . E queste determineranno qualsiasi idea di sviluppo. Le priorità quindi vanno date a marginamenti  e bonifiche.  La prova di una scarsa strategia di sviluppo è stata data dall’esclusione  dal bando della ricerca sulla  fusione nucleare e il fallimento della creazione dell’ Hidrogen Park. Porto Marghera ha delle grandi potenzialità che sono area portuale, rete ferroviaria, strutture e utilities che possono permettere la crescita di robuste e importanti  filiere produttive, anche non collegate alla chimica di base.  Non è un caso che il rogito sulle aree cedute o in via di cessione da Syndial al Comune di Venezia sia scaduto miseramente. Su queste aree non c’è ancora un progetto che ne prospetti seriamente un ripopolamento dal punto di vista industriale. A mantenere una discussione poco trasparente si corre il rischio di aprire una vera e propria speculazione a favore dei privati. Non ci servono spot elettorali o idee avveniristiche. Una parte di quelle aree potrebbe essere impiegate per lo sviluppo del ciclo dell’ idrogeno, o da biomassa o da metano utilizzando impianti che hanno un costo basso.       

Idrogeno=produzione di energia a basso costo utilizzabile  nel sito di Marghera. Questo favorirebbe l’economia di scala delle attività esistenti e future aumentando la competitività delle nostre aziende e favorendo lo sviluppo della chimica verde, aprendo degli scenari industriali molto importanti, sui quali serve un coinvolgimento totale delle imprese esistenti, dalla Sapio, alla stessa Syndial che nell’ambito nazionale stanno presentando progetti sia sulla questione idrogeno sia sulla questione energetica. E’ strano apprendere dai media locali che sono stati stanziati dei fondi  per i marginamenti, che vi è l’idea anche di cambiare l’utilizzo delle palancole.  Per fare questo una parte dei soldi stanziati si dovranno spendere per un ulteriore studio specifico.  Quindi  - se abbiamo capito bene – verranno dirottati dei quattrini su un progetto già esistente che dovrà essere completato, senza contare che questa operazione allungherà ulteriormente i tempi per la con-terminazione e quindi per un qualsiasi sviluppo industriale. C’è da capire con quali priorità inizieranno questi lavori. Se inizieranno dall’area dei Pili abbiamo già capito dove si andrà a parare.  In questo senso la  FILCTEM CGIL chiede con forza l’attivazione del comitato di sorveglianza su con-terminazione e bonifiche perché si metta a punto un crono programma  per individuare le aree prioritarie. Questo lo chiediamo proprio nel momento in cui  la Regione Veneto  inneggia con forza all’autonomia dallo Stato Centrale. La stessa Regione che non è in grado di tutelare il proprio patrimonio industriale e di avere un’idea vera di sviluppo.

Chiediamo al Comune di Venezia e a Confindustria l’attivazione della cabina di regia che affronti questo tema con trasparenza  e con un confronto pubblico. Pensiamo  che il luogo ideale sui questi temi  sia proprio il capannone storico di Porto Marghera, riportandolo ad essere il perno del dibattito sullo sviluppo dell’intero tessuto della Città metropolitana. Lì è stata fatta una parte importante della storia di questa città. La giornata dedicata a Bruno Filippini ci ha detto anche questo: la voglia di un risveglio sociale partendo da simboli semplici ma fondamentali. Il Capannone invece sta diventando sempre più una periferia dalle fabbriche alla città.  

Questo per noi è inaccettabile, le storie, i quadri, i simboli che ci sono nel Capannone rappresentano la nostra storia, non solo quella delle lotte operaie ma anche di dirigenti aziendali come Taliercio che sono stati assassinati nei periodi più bui della storia del nostro Paese.  Una storia che fa parte della nostra cultura, che non possiamo dimenticare o far passare nelle mani di privati.  Un luogo così importante deve ritornare ad essere vissuto. Voglio ringraziare per i loro interventi l’Assessore del Comune di Venezia Renato Boraso, il Presidente della Municipalità di Marghera Gianfranco Bettin, Antonio Baldi di Confindustria, l’onorevole Nicola Pellicani, il segretario generale della CGIL Venezia Enrico Piron e Giuseppe Favero per la sua toccante testimonianza. Questi interventi hanno condiviso pienamente quanto abbiamo sostenuto e il lavoro svolto da Bruno sia da sindacalista sia da politico.

Il segretario generale FILCTEM CGIL di Venezia

Riccardo Colletti

Porto Marghera, 27 settembre 2018

 


 


 


 

CONOSCERE IL PASSATO

TRA LE ESPERIENZE E LE LOTTE

PER CAPIRE E PROGRAMMARE IL FUTURO

 

Il 26 settembre per noi è una data importante, è passato ormai un anno dalla morte del compagno Bruno Filippini, un compagno che ha scritto importanti pagine nella storia del Petrolchimico e dei chimici. Per questi motivi abbiamo deciso, come organizzazione assieme ai vertici aziendali di ENI, di riconoscere all’interno del Capannone del Petrolchimico uno spazio in cui scopriremo una targa in memoria di Bruno affinchè resti la palese testimonianza di quanto è importante il lavoro che ha svolto nei periodi più critici e bui della vita del Petrolchimico.

Il 26 settembre per noi non sarà solo un momento di commemorazione, ma anche un momento di riflessione dove vogliamo mettere in evidenza quanto siano stati importanti l’unità sindacale e il rapporto con le aziende per superare i momenti difficili.

Quindi per noi non è una rivisitazione storica di quanto accaduto in questi anni, ma è il punto di partenza su come si possono realizzare i processi e le strategie per il futuro di Porto Marghera e per questo abbiamo invitato le istituzioni, la politica e i massimi esponenti delle aziende.

Troppo spesso abbiamo, specie nell’ultimo periodo, gestito situazioni di crisi scollegandole da un contesto che è unico e questo ha reso possibile la chiusura di importanti aziende produttive che si sono trasferite in altri paesi.

Non possiamo permettere che questa cosa continui senza che da parte nostra, non solo come sindacato, ci sia la volontà vera di pretendere che questo patrimonio che abbiamo venga ulteriormente depauperato.

Ecco, è per questi motivi che, nell’occasione di ricordare Bruno, vogliamo ripartire per creare una nuova Porto Marghera fatta di industrie, di indotto, di logistica, per avere un futuro bisogna lottare, bisogna pretenderlo e questo non può sicuramente farlo il sindacato da solo.

Mercoledì 26 settembre 2018 alle ore 9.30 presso il Capannone del Petrolchimico di Porto Marghera, con la presenza delle Istituzioni, scopriremo questa targa in memoria di Bruno Filippini

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