TUTTO IL COMUNICATO di R. Colletti Filctem Cgil:

Credo sia utile mettere in sequenza le varie fasi di Porto Marghera, almeno quelle più recenti. Partendo dall’Accordo di Programma del 1998, si sono operate chiusure di impianti ormai ritenuti pericolosi ed obsoleti, arretrando così di fatto quel margine che c’era tra industria e città che per molti anni hanno vissuto in profonda contrapposizione.

Si era creata infatti una linea di rispetto, ovviamente non senza difficoltà occupazionali ma correttamente gestite perché vi erano le condizioni per reinserire i lavoratori esclusi dai processi produttivi nelle fabbriche che rimanevano.
Tutto questo lo si è fatto in primis per una ragione di sicurezza, ma anche per una questione importante che era quella di misurarsi con un’industria più sicura dove sono stati fatti investimenti abbastanza importanti e dove le aziende stesse sono state obbligate a fare investimenti su bonifiche e marginamenti.
Purtroppo sappiamo bene come è andata a finire la questione delle bonifiche, allo stato attuale sono ancora incomplete perché pare che qualcuno si sia portato via i soldi.
Ma le aree che si liberavano sia per una questione di bonifiche che di costi dovevano essere reinsediate con nuove attività produttive meno impattanti ma comunque industriali e manifatturiere, cosa che non si è assolutamente realizzata proprio perché le aree di Porto Marghera sono diventate teatro di speculazioni, burocrazie, visioni strategiche e progetti che non si sono mai realizzati.
Proprio per effetto di queste non scelte molte aziende hanno avuto l’opportunità di andare via senza pagare nessun conto sulle bonifiche, ma la cosa più strana è che nessuna Istituzione o Ministero abbia preso una posizione ferrea nei confronti di chi ha chiuso i battenti ed è andato a di investire in altri paesi. È evidente che il conto non possiamo pagarlo noi cittadini.
Sulla questione Grandi Navi ormai negli ultimi giorni si sta scrivendo molto, senza però prendere in considerazione la sicurezza e la compatibilità tra due attività così importanti. Ad oggi noi non possiamo esprimere nessun cauto ottimismo, siamo in assenza di qualsiasi piano che ci permetta di capire qualcosa, l’unica riflessione che noi possiamo fare è sulle basi degli studi che fino ad oggi sono stati fatti sia sulla navigabilità, sia sullo scavo dei canali e sull’utilizzo di banchine adiacenti alle fabbriche che confermano che non vi è nessuna compatibilità ma anzi ci sono evidenti rischi sulla sicurezza.
Mettere le navi di fronte al parco serbatoi della Raffineria per noi rappresenta un rischio ma anche di fronte alla Pilkington che si è già espressa manifestando le proprie difficoltà. Questa operazione ci riporterebbe indietro con il tempo perché riavvicinerebbe di nuovo alle fabbriche le attività civili riproponendo così la stessa situazione che avevamo prima del ’98.
L’altra questione che è di fondale importanza sono i marginamenti, in quanto non solo bisogna costruire una nuova banchina portuale per far approdare le Grandi Navi ma si deve perdere in considerazione anche il marginamento che è previsto per tenere separati sia le acque di falda che i terreni inquinati e questa fase inevitabilmente metterebbe le aziende Pilkington e Raffineria in una condizione molto problematica, perché proprio sulla questione del nuovo marginamento gli spazi previsti andrebbero a sovrapporsi con le attività presenti, oltre al fatto che parte di quei costi sarebbero scaricati sulle aziende stesse.
L’altra questione è quella dello scavo dei canali. Il conferimento di quei fanghi quale destinazione potrà avere e a che costi? Senza tralasciare il fatto che bisogna espropriare dei terreni di proprietà che tra l’altro devono essere anch’essi ancora bonificati.
Per questi motivi non è possibile fare nessun tipo di valutazione o esprimere un giudizio di merito, il terreno in cui ci muoviamo come sempre è pieno di insidie, di pareri e di posizioni che si contrappongono non senza strumentalizzazioni. Ma questa è la storia di Porto Marghera.
Per questi motivi penso che il Comitatone non sia in realtà la rappresentazione degli interessi delle varie categorie, ma sia solo la rappresentazione di un progetto che viene messo in contrapposizione ad altri progetti e se la discussione resterà in questi termini ovviamente non ci potrà essere nessuna soluzione ma solo contrapposizioni politiche, espressioni di una e dell’altra parte che alla fine metteranno a rischio le attività industriali e tutto il resto.
Pertanto penso sia utile mettere assieme tutti i soggetti, dalle industrie presenti che si devono esprimere chiaramente su questo tema alle categorie sociali e anche ai cittadini, oltre che alle istituzioni. 
È necessario, se non obbligatorio, un Tavolo locale con la partecipazione di tutti che analizzi questa questione profondamente con un merito più appropriato perché i politici e i governi cambiano ma le questioni restano, un Tavolo che si decida chiaramente sulle aree libere e su come si devono rioccupare visto che l’area di crisi ci ha concesso questa opportunità.
La nostra idea è sempre stata, e sempre sarà, che quelle aree sono industriali e devono rimanere tali.

 

Il segretario generale
Riccardo Colletti


Porto Marghera, 14 novembre 2017

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