Al ritorno dall’incontro a Verona il 3 febbraio scorso, in occasione della presentazione della carta dei diritti universali del lavoro, come Filctem Cgil Venezia abbiamo cercato di restituire stralci dell’intervento di Riccardo Colletti e alcune immagini, utili per immortalare questa data importante per la Cgil.

Il dibattito mediato dal segretario regionale Filctem Cgil Stefano Facin e gli interventi puntuali e chiarificatori di Serena Sorrentino ed Emilio Miceli, ci hanno dato spunti interessantissimi di riflessione.

E sicuramente di dibattito e discussione, anche al termine dell’incontro, fra delegati, con elementi non sempre e per fortuna, orientati nella stessa direzione.

I capisaldi della presentazione non sono però oggetto di discussione e non possono sfuggirci o rimanere sfumati.

Perché i temi affrontati costituiscono una vera e propria rivoluzione copernicana.

Una rivoluzione che riguarda il mondo di chi lavora, di chi vive del proprio lavoro, ma più in generale di chi è cittadino.

In questo momento, come ormai da vari anni a questa parte, legare diritti fondamentali della persona ad un certo tipo di contratto e ad un certo modo di essere presenti nel mercato del lavoro, concretamente non ha più senso.

Non lo ha perché il mondo del lavoro è cambiato, profondamente e irrevocabilmente. E non lo ha perché il quadro politico ed economico che condiziona interamente e inevitabilmente le nostre vite, si è trasformato ad una velocità eccezionale. E in modo da rendere sempre più ardua la tutela di quei diritti fondamentali del lavoratore, che pensavamo acquisiti dopo le lotte del ’68 e mai più revocabili.

Il Jobs Act del governo Renzi è stato solo l’ultimo atto di una serie di provvedimenti legislativi che ritenendo di “modernizzare” il lavoro, hanno portato ad un regresso delle condizioni di vita e occupazionali.

La flessibilità, che poteva e doveva essere una risposta importante ai cambiamenti economici, si è concretizzata in leggi e provvedimenti che hanno tolto cittadinanza ai lavoratori, dentro e fuori ai luoghi di lavoro.

Nuove forme contrattuali come le collaborazioni e le partite IVA sempre più spinte, hanno mandato quel tipo di lavoratori “nel limbo”, rendendoli mera forza lavoro utilizzabile a piacimento e senza regole dai datori di lavoro.

La stessa liberalizzazione dei contratti a tempo determinato, ha condannato eserciti di occupati, specie giovani e al primo ingresso nel mercato del lavoro, alla precarietà e all’instabilità permanente.

Non restituendo in cambio alcun tipo di ammortizzatore sociale.

Alla fase spinta al massimo di questo modo neo liberista “furbo”, a nostro avviso, di concepire il lavoro “moderno e riformato” siamo arrivati presto con i contratti a chiamata e i voucher.

Mentre tutto il resto d’Europa, ha cercato il modo di attrezzarsi adeguatamente per continuare a garantire tutela al lavoro, ma soprattutto a chi lo perdeva, come bersaglio immediato e più esposto alle conseguenze della crisi economica, il nostro paese, nelle fasi più acute della recessione, vedeva le mense della Caritas, i sindacati e altre strutture sociali sempre più piene di diseredati e gente disperata.

Questa è stata la risposta italiana alla sfida europea. Consegnare il fianco dei più debole della società alla mercé del mercato e al soddisfacimento degli interessi più forti.

E’ stata questa una risposta democratica e di sinistra della nostra politica?

Dichiarare apertamente e con i fatti di non avere più bisogno di relazionarsi con i sindacati per produrre leggi e riforme del mercato del lavoro, può essere considerato un modo di fare di un governo di sinistra?

Eliminare la tutela del lavoro con l’obbligo di reintegro sancito dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è stato forse un mezzo per rafforzare il lavoro? Decidere di togliere prerogative al lavoro, eliminando il contratto a tempo indeterminato, sostenendo che in questo modo si danno più diritti ad altre categorie, ha forse risolto il problema principale del mercato del lavoro del nostro paese, cioè il suo dualismo, ovvero la segmentazione fra i “protetti”, assunti prima del Jobs Act e i nuovi lavoratori?

Prendere la situazione di petto per il sindacato in queste condizioni diventa un’esigenza. Perché il rischio è sempre più pesante e la condizione di troppi, sempre più pressante.

Il lavoro non è un premio, non è un colpo di fortuna, non è un privilegio. Il lavoro in un paese civile ha diritti e merita rispetto, le sue modalità vengono contrattate, perciò riteniamo fortemente che le regole per consentire cittadinanza sui luoghi di lavoro, vadano al più presto ripristinate.

Questa è la risposta del sindacato al Jobs Act.

Tornare a combattere per fermare il peggioramento costante e progressivo delle condizioni di lavoro, non è procrastinabile.

Arrivare a presentare una legge che obbliga l’esecutivo a rivedere l’impianto di una legislazione lavorativa inaccettabile e che sposta l’equilibrio delle forze in campo chiaramente e vergognosamente verso gli interessi più forti, è la priorità per il lavoro.

Serve quindi il sostegno di tutti. Il sindacato sta consultando tutti coloro che ne fanno parte.

L’unione questa volta farà la forza e darà la forza per attrezzarsi e fermare uno stato di cose che continua ad andare nel senso opposto rispetto al lavoro.

 

Filctem Cgil Venezia

 

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