Ecco il link per riascoltare l'intervista a Susanna Camusso Cgil, dopo la decisione della Consulta di non approvare il referendum sul quesito riguardante l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori:

 

http://www.radioarticolo1.it/audio/2017/01/11/30639/con-2-si-tutta-unaltra-italia-parla-susanna-camusso 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/11/referendum-jobs-act-no-della-consulta-al-quesito-sul-ripristino-articolo-18-camusso-valutiamo-ricorso-corte-ue/3309465/ 

Via libera, invece, alla consultazione popolare sulla cancellazione dei voucher con la soppressione delle norme relative al Buono per il lavoro accessorio e sull’abrogazione delle leggi che limitano la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni nei confronti del lavoratore. Il segretario Cgil: "Chiederemo tutti i giorni al governo di fissare la data in cui votare i due referendum"

“Continueremo la nostra iniziativa contrattuale e valuteremo di ricorrere alla Corte Europea, perché siamo convinti di aver rispettato le regole”. Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha così commentato la bocciatura del più importante quesito referendario proposto dalla Confederazione, quello che se vincitore avrebbe portato al ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La Corte costituzionale ha infatti dichiarato non ammissibile il quesito del referendum proposto dalla Cgil sul Jobs Act, quello appunto che chiedeva una consultazione popolare sul  ritorno della norma che prevedeva il reintegro in caso di licenziamento illegittimo. La riforma del lavoro del governo Renzi aveva cancellato la previsione contenuta nello Statuto dei lavoratori, sostituendo l’obbligo per l’azienda di reintegrare il lavoratore licenziato illegittimamente con il pagamento di un indennizzo. Il quesito proposto dalla Confederazione, duramente contestato in queste settimane, proponeva l’abrogazione della disposizione del Jobs Act con il conseguente ritorno dell’articolo 18.

Via libera della Consulta, invece, agli altri due quesiti, che riguardano la cancellazione dei voucher con la soppressione delle norme relative al Buono per il lavoro accessorio e l’abrogazione delle leggi che limitano la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni nei confronti del lavoratore. Il quesito sui voucher è senza dubbio il più delicato dei due e non solo per le polemiche che hanno accompagnato la scoperta dell’utilizzo dei ticket anche da parte dello Spi Cgil (600 l’anno i prestatori d’opera per un incasso medio annuale di 1250 euro secondo quanto emerso in seguito ai dati sciorinati dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, in un’intervista a Repubblica, mentre la Camusso fa sapere che la Cgil utilizza in voucher “l’equivalente di 3 persone e mezzo all’anno”). Il governo ha infatti già reso noto di voler intervenire su questa materia. Se lo farà con una nuova norma, il referendum cadrà. Ma prima la nuova norma dovrà passare al vaglio dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, che verificherà se sia aderente all’istanza quesito referendario.

“Siamo molto soddisfatti del risultato relativo ai referendum sui voucher e sulla responsabilità appaltante-appaltatore. Il primo in particolare è di estrema importanza e riguarda una vasta platea di persone. Sull’art. 18 prendiamo atto e rispettiamo la decisione della Corte Costituzionale, aspettando di conoscere le motivazioni nella sentenza, non appena sarà depositata”, ha commentato a caldo il professor Vittorio Angiolini, legale che ha rappresentato le istanze della Cgil di fronte alla Corte. “Ora sui voucher è necessario che il governo appronti modifiche sostanziali”, ha aggiunto ricordando che “prima del referendum, con la tracciabilità dei voucher c’era già stato un intervento correttivo che però non è stato sufficiente. Anche una nuova normativa che venisse predisposta ora, deve soddisfare il quesito referendario. Lo strumento dei voucher, che è stato introdotto per le prestazioni occasionali e per rendere trasparente il lavoro nero, è stato usato in maniera scorretta e impropria. Serve una modifica che riformi la sostanza dell’istituto”.

“Non è che il giudizio della Corte di oggi fermi la battaglia sull’insieme della questione dei diritti“, ha poi detto la Camusso sottolineando che “inizia una campagna elettorale grande e impegnativa” sui due quesiti ammessi e “da oggi chiederemo tutti i giorni di fissare la data in cui si vota”.  Quindi lo sguardo è tornato a girarsi indietro: “Abbiamo notato in questi giorni che c’è stato un dibattito intenso sui quesiti referendari, che, a nostra memoria, non ci ricorda precedenti di analoga quotidiana pressione rispetto a come si sarebbe dovuto decidere”, ha detto Camusso rinnovando “formalmente la richiesta all’Inps” di rendere pubblica la lista delle grandi aziende che utilizzano i voucher.

 

 

 

 


 

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/08/cgil-esplode-lo-scontro-con-lunita-staino-susanna-torna-sulla-retta-via-la-replica-cambi-strada-il-pd/3302049/ 

La Confederazione respinge al mittente le accuse di Staino: "Non vorremmo dover constatare che il diritto di critica e la mobilitazione sociale valgano ormai, per un pezzo di 'compagni di strada', solo per i personaggi dei fumetti e non per le persone in carne ed ossa"

 

“Non vorremmo dover constatare che il diritto di critica e la mobilitazione sociale valgano ormai, per un pezzo di ‘compagni di strada’, solo per i personaggi dei fumetti e non per le persone in carne ed ossa”. La Cgil rende così pan per focaccia a Sergio Staino. Il direttore dell’Unità, in un editoriale pubblicato sabato sul quotidiano del Pd, aveva dato fuoco alle polveri accusando la Confederazione di aver imboccato, sotto la guida di Susanna Camusso, una strada troppo lontana da quella tracciata da storici leader come Luciano Lama e Bruno Trentin che ha insegnato al padre di Bobo “quanto sia deleterio e nefasto per le sorti della democrazia il fatto che il sindacato possa mettersi alla coda delle più demagogiche manifestazioni popolari“. Tanto da far dire a Staino che “penso sempre a questi due luminosi personaggi ogniqualvolta inciampo in una tua (della Camusso, ndrmanifestazione estemporanea e penso con molto dolore che tu ormai non hai quasi più nulla da condividere con loro”.

 

Il punto, in particolare, per il direttore del quotidiano fondato da Gramsci, è che la Camusso non ha fatto suo l’obiettivo principe di sindacalisti del calibro di Lama e Trentin: educare e far crescere i lavoratori , “dar loro la capacità di sentirsi attori principi della costruzione della democrazia, eliminando tutte quelle forme di ribellismo sterile e fine a se stesso che la lezione storica marxista liquidava con l’aggettivo ‘sottoproletario’. Solo in questo senso il sindacato avrebbe potuto svolgere il suo ruolo di interlocutore del Parlamento e del Governo, alternando il dialogo alla lotta per i propri diritti”. Un dialogo che l’attuale Cgil secondo Staino non cerca affatto. “Purtroppo nella tua azione e nel tuo pensiero, Susanna, io non ritrovo questo obiettivo così alto e così doveroso per un sindacato che abbia la voglia di migliorare la condizione del mondo del lavoro in una democrazia avanzata qual è la nostra – ha affondato il fumettista – Ormai la tua azione è solo un continuo, ripetitivo attacco al governo di turno, senza offrire al contempo un progetto, una prospettiva e una conseguente azione politica. Un sindacato non può rimanere sulle barricate a tempo indeterminato aspettando che si cambi il governo. È un’attesa sterile. Tu devi imparare a confrontarti con la politica, a dialogare, a contrattare, tenendo il sindacato lontano dalle singole strategie dei partiti”.

 

Altrimenti? “Con questo atteggiamento e sotto la tua direzione la Cgil sta correndo il rischio, terribile, di diventare una vociante folla indifferenziata, senza più alcuna connotazione di classe e soprattutto di una classe responsabile nei confronti della società e delle sue istituzioni democratiche”. Gli esempi? Prima la partecipazione alla campagna referendaria in prima linea sul fronte del no e poi, com’era prevedibile, la consultazione popolare sul Jobs Act i cui quesiti saranno al vaglio dalla Corte Costituzionale tra un pugno di giorni e hanno preso il posto del referendum costituzionale nel ruolo di campo di battaglia del Partito Democratico. Come dimostra del resto la stessa presa di posizione di Staino. Secondo il quale l’imbarazzante caso dello Spi Cgil emiliano pescato a utilizzare i deprecati voucher per pagare le collaborazioni, dovrebbe dimostrare alla Camusso l’esagerazione della posizione della Confederazione. “Non ti sembra che hai perso il senso della realtà delle cose, della loro concretezza? Tutte cose che invece non mi sembra abbiano perso quei compagni dello Spi-Cgil”, recita la premessa della lezione di vita finale: “Cerca quindi di ritornare sui grandi binari della nostra storia sindacale, della nostra esperienza, delle nostre lotte di unità e di progresso”.

 

Toni e modi inaccettabili secondo la Cgil, che ha replicato domenica mattina con una nota firmata da tutta la segreteria nazionale e dai segretari di categoria, come a sottolineare che a dettare la linea della Confederazione non è una donna sola al comando (e allo sbando), bensì un “collegio” che condivide obiettivi e strategie. Strategia che, rivendica la Cgil, non ha affatto trascurato dialogo e mediazione come dimostrano l’accordo quadro per il rinnovo dei contratti pubblici, il verbale di sintesi in tema di previdenza e l’intesa su rappresentanza e rappresentatività. In pratica, rivendica ancora la Confederazione, l’unico e fondamentale terreno di scontro con il governo, per altro da una quindicina di anni, sono “le politiche sul lavoro, l’assenza di una strategia per l’occupazione, la pervicace azione contro i diritti individuali e collettivi”. Forse, quindi, esorta la Cgil “anche tu dovresti chiederti se l’evidente fallimento delle politiche del rigore e dell’austerità, la sconfitta della teoria che precarizzando il lavoro e riducendo i diritti si sarebbe creata più occupazione, non richiederebbero ad una maggioranza di Governo, che si definisce riformista, un deciso cambio di verso”.

 


 

Jobs Act, “non bisogna aver paura dei referendum ma di chi non vuole che i cittadini si esprimano”

 

L'intervento del giuslavorista Luigi Mariucci sulle consultazioni promosse dalla Cgil e sulle "tesi alquanto strumentali sulla (supposta) inammissibilità della consultazione" che tocca l'abolizione dei voucher e la reintroduzione del diritto alla reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato

 

Circolano vari tentativi di ridimensionare la portata e il significato dei referendum sul Jobs Act promossi dalla Cgil. In alcuni casi si ipotizzano modifiche della disciplina tali da consentire il superamento del quesito referendario. Così in materia di voucher. In questo caso non sarebbe da escludere la congruenza di una modifica legislativa che riportasse l’uso dei voucher alla fisionomia originaria, intesi come forma di compenso per prestazioni davvero occasionali e limitate a specifiche categorie (pensionati, studenti, disoccupati). La questione dei licenziamenti invece è più spinosa, perché la liberalizzazione dei licenziamenti ingiustificati è stata il cavallo di battaglia del Jobs Act, in nome della paradossale idea secondo cui facilitare i licenziamenti servirebbe a incrementare l’occupazione. Qui si pone una alternativa secca: o si modifica in radice la disciplina del Jobs Act, fondata sulla (misera) monetizzazione dei licenziamenti ingiustificati, oppure non c’è modo di evitare il referendum.

Da qui prendono corpo un insieme di tesi alquanto strumentali sulla (supposta) “inammissibilità” del referendum (Ichino, Sacconi, Cazzola, tra gli altri). Gli argomenti sono molteplici. Qualcuno obietta che il referendum inciderebbe sulla materia fiscale in quanto alle assunzioni con licenziamento libero introdotte dal Jobs Act è stata collegata l’incentivazione contributiva. La tesi non ha fondamento in quanto la stessa incentivazione può ben essere riferita alle assunzioni comunque effettuate anche in regime di tutela reintegratoria, salvo sostenere l’aberrante tesi secondo cui proprio la licenziabilità costituisse il fondamento della defiscalizzazione.
Altri osservano che il referendum proporrebbe una pluralità di quesiti. Anche questo argomento è infondato, dato che i quesiti, pur riferendosi a una molteplicità di fonti di disciplina, convergono unitariamente su una domanda univoca: l’abrogazione della libera licenziabilità e il ripristino della tutela reintegratoria per i licenziamenti ingiustificati.

La tesi più insidiosa consiste nell’affermare che il quesito referendario introdurrebbe una disciplina “nuova”, e che sarebbe per questo – appunto – “inammissibile”. La novità consisterebbe nel fatto che abrogando parti di precedenti discipline verrebbe reintrodotto il diritto alla reintegrazione in caso di licenziamenti ingiustificati per tutte le imprese con più di 5 dipendenti. La tesi è davvero capziosa. E’ facile infatti osservare che ogni referendum abrogativo di per sé introduce una disciplina “nuova”. Così fu persino al tempo del primo referendum: la monarchia fu abolita e si introdusse la “nuova” repubblica.

E così è stato, più volte, negli stessi referendum in materia sociale. Si guardi il caso del referendum del 1995 sull’articolo 19 dello Statuto, pacificamente ammesso dalla Corte costituzionale: l’effetto di quel referendum fu l’introduzione di una del tutto “nuova” disciplina in tema di costituzione di rappresentanze sindacali aziendali. Testuale è poi il caso del referendum del 2003 sempre in materia di licenziamenti. Anche allora si chiedeva, con una molteplicità di quesiti, l’estensione generalizzata della tutela reintegratoria. Quel referendum fu dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale, con sentenza n. 41 del 2003, che considerò il quesito “omogeneo”, caratterizzato da “una obbiettiva ratio unitaria…consistente nella estensione della garanzia reintegratoria”, “chiaro ed univoco nei suoi effetti”. Al di là di opinabili valutazioni di merito non si capisce quindi per quali motivi oggi la Corte dovrebbe mutare avviso. Quel che conta è dunque la chiarezza, omogeneità, unitarietà del quesito.

 

Insomma la sua comprensibilità. E questa è del tutto pacifica: si vuole o meno che sia abrogata la libera licenziabilità dei lavoratori assunti a partire dal 7 marzo 2015 sulla base della disciplina del Jobs Act? Che c’è di nuovo quindi oggi?

 

 

 

Forse c’è di nuovo che qualcuno ha paura del referendum, vale a dire di una partecipazione popolare così elevata da consentire il superamento del quorum. Qui entra in gioco una ragione più sostanziale a cui non può essere indifferente la sensibilità “politica” della Corte costituzionale. Per sensibilità “politica” intendendo non la preoccupazione contingente di ciò che può avvenire nell’immediato sulla scena politica. Ma di ciò che può accadere nel profondo della coscienza popolare riguardo alla questione democratica. Fino a qualche tempo fa universale era la preoccupazione relativa al declino della partecipazione al voto dei cittadini. Salvo restare stupiti quando il 70% dei cittadini si è recato alle urne per un referendum costituzionale pronunciandosi a larga maggioranza per il No.

Ciò ha dimostrato che nel nostro paese esiste ancora una vitalità democratica, costituita dalla volontà di una ampia maggioranza dei cittadini di intervenire direttamente sulle decisioni politiche di fondo. Frustrare questa vitalità democratica, che costituisce il bene più prezioso di cui disponiamo, sarebbe estremamente pericoloso. Perciò non bisogna avere paura del referendum, ma semmai del fatto che quel referendum possa essere arbitrariamente inibito.

di Luigi Mariucci già ordinario di Diritto del lavoro nella Università di Venezia-Ca’ Foscari

 

 

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