I lavoratori del distretto calzaturiero della Riviera del Brenta si portano a casa, anche per l'anno 2018, il premio di distretto. A riferirlo sono i sindacati che, il 9 luglio scorso, hanno raggiunto con Acrib un'ipotesi di accordo che prevede il riconoscimento econonomico per le maestranze, in proroga rispetto all'anno precedente: un ammontare di 1080 euro lordi (calcolati di fatto sulla base del raggiungimento degli obiettivi aziendali).


"Crediamo che aver riconfermato questo premio, nonostante la crisi di settore, sia merito del lavoro e dell’impegno giornaliero degli addetti- dice Michele Pettenò della Filctem Cgil Venezia, sigla che insieme a Cisl e Uil si è seduta al tavolo delle trattative -. Ma consciamo anche le potenzialità del settore e la professionalità, l'impegno e la dedizione delle maestranze, per questo riteniamo che il merito, in prospettiva, debba essere sempre più valorizzato".


"Il lavoro umano nelle calzature determina il valore stesso dei prodotti artigianali, che finiscono sui mercati di tutto il mondo - dice Pettenò -. Allo stesso modo ammettiamo che il comparto subisca le crisi e le oscillazioni della domanda a livello internazionale. Ma siamo fiduciosi, perché questa nicchia ha sempre saputo reagire e contrastare i periodi più duri. Crediamo, per il futuro, nella necessità di rafforzare il confronto continuo con le imprese e i meccanismi che valorizzano il distretto e le sue parti".

 

 

Si chiama "delocalizzazione" il grande pericolo per i distretti produttivi del nostro territorio. Lo sostiene Riccardo Colletti della Filctem Cgil, sigla che da qualche anno ormai raggruppa anche i lavoratori della categoria dei settori tessile e del calzaturiero. 

Made in Italy

"Made in Italy vuol dire che tutta la filiera deve restare in Italia - dice Colletti -. Mentre le produzioni vanno all’estero, dove i costi sono più bassi e spesso se ne vanno via proprio i reparti produttivi delle filiere, mentre restano qui logistica e commercializzazione. Di questo passo il lavoro dove va a finire?", si chiede il sindacalista. "Per limitare gli effetti della globalizzazione è giusto chiedere un impegno al governo e all'Europa. Perché la legislazione va resa uniforme e le aziende non possono ottenere sconti contributivi o ammortizzatori, per il sostegno nei periodi di crisi, e poi quando si sono riprese portare macchinari e lavoro all'estero. Sarebbe giusto che chi va via restituisca gli aiuti ricevuti. E al contrario, che chi resta e crea lavoro in Italia e nei territori, sia incentivato a farlo".

Protezione

Una forma di protezione? "Questo - spiega il segretario Filctem - permetterebbe di avere un’industria che si rigenera. Perché nel settore tessile, della moda, questo fenomeno è ingovernabile. Le calzature vanno un po' meglio nel Veneziano, perché il distretto ha connotati riconosciuti all’estero, brand e griffe attrattive. Quindi è più difficile delocalizzare nel silenzio totale, perché la produzione poi perde valore. Ma è comunque a rischio e non possiamo permetterci che faccia la fine di Murano, ad esempio", ricorda il sindacalista pensando alle fornaci chiuse negli anni.

Responsabilità in solido

Questo è ciò di cui il sindacato ha discusso, anche a livello nazionale, in tema di sviluppo. "Per conservare e proteggere il Made in Italy e i distretti, occorre che i costi nelle filiere produttive non vengano fatti cadere tutti sui terzisti - dice Colletti -. Cioè sulle spalle delle piccole ditte alle quali le grandi committenti appaltano singoli processi di realizzazione del prodotto finito. Perché in questo modo la competizione tra i terzisti si realizza al ribasso. Le grandi imprese danno lavoro alle piccole, ma spesso queste, per aggiudicarsi la commessa, utilizzano lavoro nero o portano il lavoro dove costa meno. I grandi committenti devono essere parte del processo in tutto e per tutto. Non solo realizzare profitti, ma partecipare al costo di produzione dell'articolo che poi porta il marchio Made in Italy. E questo deve diventare la regola. Chi lavora fuori dalla regola o pretende di schiacciare i costi, non dovrebbe stare nel distretto e arricchirsi a dismisura a scapito del lavoro sottopagato o della produzione delocalizzata. Chi lo fa, commette frode".


 

VI RICORDATE DI NOI ?

E' lo slogan scelto dalle lavoratrici di Cavarzere rimaste senza lavoro, senza stipendio e senza risposte, ex dipendenti di un'azienda tessile, la Taglia e Cuci di via Einaudi, che ha chiuso i battenti l'estate scorsa lasciandole tutte a casa. Con i sindacati, Filctem Cgil e Femca Cisl, hanno organizzato un'altra mobilitazione, venerdì, "decise a far sentire la loro voce, a chiedere chiarezza, il rispetto dei loro diritti e il pagamento dei salari non corrisposti", come denunciato dalle sigle, che hanno aperto una vertenza nei confronti della società. La loro marcia inizierà dal cancello della ditta, alle 9.15, fino ad arrivare in corteo al Municipio, per poi proseguire fino al mercato, dove ci sarà un volantinaggio.

"Rieccoci in strada!! Nel mese di Agosto la ditta Taglia e Cuci denim, con un increscioso, improvviso e anomalo fallimento ci ha mollati. Le lavoratrici sono ancora senza un lavoro e senza neanche aver preso uno dei tanti stipendi che il Sig. Stefano Evstifeev si è intascato chiudendo i cancelli del laboratorio dalla sera al mattino, producendo fino al giorno seguente al licenziamento".


Vi ricordate cosa è successo l’anno precedente? Fashion jeans ha chiuso i battenti e trasferito gran parte del personale a Taglia e cuci denim.
Ma tornando indietro, la stessa cosa è successa quando dall’Artigiano del jeans hanno passato le lavoratrici in Fashion jeans e quando prima ancora da Italia confezioni sono passate in artigiano del jeans e…….probabilmente la stessa cosa che stanno tentando di fare con altri strani passaggi, visto che alcune lavoratrici vengono ancora contattate dai soliti per lavorare su aziende loro….!!


A volte la cosa passa per fallimenti, altre volte il fallimento arriva dopo qualche anno, ma chi resta senza lavoro sono sempre loro, LE LAVORATRICI
Quando è stata costituita la Taglia e cuci, stavano programmando la chiusura della Fashion Jeans e così hanno sempre fatto con tutte le aziende che hanno preceduto queste, spesso con lo stesso titolare e a volte con altri nomi. Purtroppo ad oggi siamo in attesa che qualcuno ci dia una risposta sui soldi che le lavoratrici avanzano, come siamo in attesa che venga fatta chiarezza sulla vicenda.


Da anni in questo territorio abbiamo a che fare con questi eventi ma mai nessuno ha tentato di bloccare il meccanismo che ben si conosce. Si parla spesso e tanto di tutela per le donne, lavoro femminile, lavoro in nero, tutti argomenti e fatti correlati che da anni vengono denunciati sul territorio, ma che nessuno degli enti ed organi preposti ha mai ostacolato, contrastato o combattuto. Ci aspettiamo che le istituzioni si impegnino affinché i diritti dei lavoratori e le aziende corrette vengano rispettati e tutelati.
La “TAGLIA E FUGGI DENIM” è fuggita con i soldi e la dignità delle lavoratrici?


CINQUANTA lavoratori buttati in strada senza lavoro e senza soldi! IMPRENDITORI che NON sono imprenditori! è ora di fare chiarezza e giustizia!!

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