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RIPARTE LA TRATTATIVA PER IL RINNOVO DEL CONTRATTO CALZATURIERI

Il giorno 15 novembre, si è svolta la plenaria per il rinnovo del CCNL settore calzaturiero. Le parti nel corso del confronto hanno verificato la possibilità di far avanzare la trattativa. Le OO.SS. hanno valutato positivamente il ritiro da parte imprenditoriale della pregiudiziale sul modello contrattuale che prevedeva incrementi salariali contrattuali ex post e non ex ante come richiesto da Filctem Femca Uiltec. Il confronto ha permesso di definire e riprendere il negoziato con la consapevolezza che il percorso per il rinnovo contrattuale si presenta ancora difficile ed impegnativo. Le parti hanno comunque dichiarato di voler perseguire l’obiettivo di giungere al rinnovo del contratto ed a tale proposito hanno concordato un calendario di incontri per approfondire i contenuti e per valutare e ricercare le reciproche condizioni utili a concludere positivamente il rinnovo del contratto. Le Segreterie nazionali FILCTEM CGIL – FEMCA CISL – UILTEC U


 

 

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Sbloccato il negoziato sul rinnovo del contratto 2016-2019 del settore calzaturiero (oltre 80.000 i lavoratori interessati), scaduto il 31 marzo 2016. “Via dal tavolo gli aumenti ex-post”, lo riferisce Stefania Pomante, segretaria nazionale Filctem-Cgil, al termine della sessione di trattativa conclusasi a Milano con l'associazione imprenditoriale Assocalzaturifici-Confindustria. “Dal 25 novembre – conclude Pomante – si entra nel merito del negoziato che, nonostante le complessità che non ci nascondiamo, qualora dovesse arrivare a conclusione non potrà che prevedere aumenti salariali”.


 

 

I sindacalisti (da sx) Davide Stoppa Cgil e Francesco Coco Cisl al tavolo della trattativa con lavoratori e azienda Fashion Jeans di Cavarzere, 29 settembre 2016.

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Storie di altri tempi e di altri luoghi. Sono, drammaticamente, storie del nostro tempo e del nostro territorio.

Per questo 30 lavoratrici del settore tessile sono rimaste per alcuni anni occupate senza ingaggio, senza regole, senza contratti, né contributi, né garanzie o sicurezza, all'interno di un capannone a Cavarzere.

Una storia esplosa come una bomba (annunciata) con l'ispezione della finanza in ditta nell'inverno scorso. Per oltre 30 dipendenti, lavoro nero.

Una modalità occupazionale irregolare che fa pensare al più oscuro dei tempi passati. Al più lontano dai paesi civili, emancipati e democratici del mondo occidentale. 

Che si trova e si è trovato per anni sotto gli occhi di tutti. Accanto alle nostre case, nel mezzo delle nostre realtà quotidiane.

Apprendere dai racconti delle lavoratrici delle giornate di lavoro lunghe 12 ore senza pause, neppure per il pranzo, è stato come ritrovarsi a ascoltare la trama di un film degli anni '50, forse del mezzogiorno d'Italia nel dopo guerra.

O leggere di un blitz delle fiamme gialle in qualche laboratorio di cittadini stranieri, dove non solo il lavoro non esiste, non c'è ombra neppure della presenza o dell'esistenza di esseri umani.

Per le lavoratrici di Cavarzere poi assunte, oltre il danno la beffa.

Prima senza regole, poi senza stipendio. E infine senza lavoro, a causa dell'incepparsi di uno dei soliti meccanismi di società intrecciate e prestanomi, che ha mandato sul lastrico la Fashion Jeans, a detta del titolare.

Il lavoro preso e pestato sotto i piedi. 

Il lavoro come accessorio temporaneo per affari e profitti di soggetti incuranti e irresponsabili.

Tanto poi l'epilogo è sempre lo stesso. Il fallimento, il curatore che recupera, forse, qualche credito, gli addetti che se vogliono possono rifarsi all'INPS.

Un sistema legittimamente tollerato che spoglia il territorio, getta risorse e ricchezza al vento. Affama e depaupera persone e famiglie, genera incertezza e accresce difficoltà e problemi per l'intera comunità circostante.

Paga il lavoro. Ma quando è quello femminile forse paga ancora di più. Perché dopo, in un territorio così particolare come la bassa veneziana, dove la trovi in fretta un'occupazione adatta, per far quadrare il bilancio famigliare e il tempo per la casa, i figli e i campi?

Ovvio che in tutta questa vicenda non c'è nessuno che non abbia colpe. Per il solo fatto che chi sa o viene a sapere, non denuncia. Fino a quando appunto, la situazione non scoppia. E per il fatto che chi può e deve controllare non lo fa, se non su esplicita richiesta e perché la legge, alla fine dei conti, interviene per metterci una pezza, salvando il salvabile e facendo sistematicamente cadere i costi delle difficoltà o incapacità o malafede di alcuni, sulle spalle di tutti.

GUARDA ANCHE IL VIDEO: http://www.parliamodilavoro.it/200-sample-data-articles/comunicati-filctem-e-cgil/970-cavarzere-lavoratrici-prima-lavoro-nero-e-ora-tazza-di-latte-a-cena-situazione-disperata.html 

di parliamodilavoro.it

 

 

 

 

 

 

 

 

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