Tessili, foto da web

 

APERTE A ROMA LE TRATTATIVE

PER IL RINNOVO DEL CONTRATTO DELLE PICCOLE E MEDIE

IMPRESE TESSILI CONFAPI PER IL TRIENNIO 2016-2019

 

Aperte a Roma le trattative tra i sindacati del settore Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil e Uniontessile-Confapi per il rinnovo del contratto 2016-2019 per gli addetti delle piccole e medie imprese dei settori tessile-abbigliamento-moda, calzature, pelli e cuoio, penne, spazzole e pennelli, occhiali, giocattoli (circa 120.000 i lavoratori ai quali si applica il contratto), scaduto il 31 marzo 2016.

Settore  questo che, a partire dal 2013, ha visto l'unificazione di tutti i contratti del comparto moda - per ultimo la confluenza del contratto tessili vari, torcitori e filatura serica - è oggi una delle eccellenze del manifatturiero italiano nel mondo, che è riuscito a difendere la propria leadership per la sua capacità di inserirsi nei mercati più dinamici, avendo saputo interpretare i cambiamenti politici, sociali, di gusto, che hanno segnato gli ultimi anni e prendere decisioni strategiche lungimiranti.

Il confronto infatti si è aperto in un clima positivo di relazioni fra le parti, “un'opportunità da cogliere – hanno ribadito le parti -  per affrontare le necessità del settore, continuare a perseguire gli obiettivi di sviluppo, innovare i processi, migliorare le condizioni e difendere la buona occupazione anche attraverso il coinvolgimento e la partecipazione dei lavoratori”.

Le parti hanno convenuto di concludere la trattativa in tempi ragionevolmente brevi, e si sono riconvocate per il 15 giugno.

Come è noto, la richiesta economica dei sindacati è di 100 euro medi (3° livello super) sui minimi tabellari. Inoltre i sindacati hanno sottolineato la necessità, attraverso il quadro normativo del ccnl, di intervenire a sostegno della contrattazione di 2° livello, prevedendo nello stesso tempo l’aumento dell’elemento di garanzia contributiva da 220,00 euro a 350,00 euro per le aziende che non concretizzino una contrattazione integrativa.

Le parti infine hanno convenuto di continuare il confronto, con due incontri tecnici nel mese di giugno, per affrontare i temi delle relazioni industriali e della partecipazione.


 

Lavoratori Donna Carolina alla sede di Confindustria Venezia, 25 maggio (foto: parliamodilavoro.it)

Non è compito del sindacato entrare nel merito delle scelte delle imprese. Ma in un contesto come quello del distretto della calzatura della Riviera del Brenta, non possiamo essere gli unici a contrastare operazioni come quelle fatte all’interno dell’azienda Donna Carolina di Fiesso D’Artico.

E’ giusto e pensiamo inevitabile, che le associazioni di categorie prendano una posizione concreta di fronte a operazioni di delocalizzazione produttiva, che lasciano all’interno del distretto solo attività commerciali.

Abbiamo da poco costituito un accordo importantissimo a tutela del marchio e del made in Italy, allo scopo di rafforzare il prodotto italiano, di tutelarlo. Dentro a questo accordo c’è un codice di comportamento etico e la ricostruzione della filiera produttiva con tanto di enti certificatori ad avallare la realizzazione l’originalità del prodotto autoctono.

Non possiamo tollerare che ci siano aziende che vendono nella rete dei negozi e soprattutto all’estero, manufatti che nulla hanno a che vedere con le attività produttive presenti nel distretto della calzatura.

Dobbiamo farci promotori e non possiamo essere i soli, di un’identificazione e una mappatura di queste "imprese", per distinguere chiaramente chi fa parte del distretto produttivo e chi nel sistema ci resta solo per motivi commerciali, ma va a produrre dove il costo del lavoro e la qualità di esso, sono più bassi.

Questa è una chiara necessità per tutelare il made in Italy e chi lavora per mantenerlo e valorizzarlo. Siamo stanchi di vedere quanto il distretto della calzatura sia vulnerabile di fronte a speculazioni di questa natura.

Basta chiacchiere, bisogna passare ai fatti.

Ci vuole forza e concretezza ma anche un intervento politico deciso per escludere ciò che squalifica l’originalità dei prodotti del nostro paese, il lavoro, la storia e la professionalità.

E’ in ballo il nostro futuro.

E non solo di legalità parliamo. Perché garantirla è indispensabile ma non basta, in assenza di una nuova cultura.

Cultura intesa come insieme di valori, pratiche, comportamenti, modi di pensare e di fare che caratterizzano un sistema. Lo rendono un organismo unico, forte, identificabile dall'esterno e capace di difendersi da ciò che ne mette in pericolo la sopravvivenza.

 

Operazioni come quelle del calzaturificio Donna Carolina attestano la non appartenenza ad un sistema che vuole vivere e crescere. E certificano il disinteresse totale per lo stare all'interno del sistema e proteggerlo.

Occorre per questo ripensare a nuove regole per valorizzare il distretto, che diventino comuni e condivise. Non ci può essere salvaguardia del distretto se non si costruisce una nuova cultura dietro, per continuare a valorizzarlo e difenderlo.

 

Riccardo Colletti e Michele Pettenò

Filctem Cgil Venezia


 

video: parliamodilavoro.it

Fatturati da capogiro, calzature conosciute ovunque all'estero, griffe tra le più importanti a livello mondiale. Ma il distretto della calzatura della Riviera del Brenta è anche altro.

E' sempre meno comunità che crea ricchezza, grazie alla sinergia di tutte le parti. E' sempre meno lavoro. Italiano, perlomeno.

Ed è sempre più ricerca fine a se stessa di profitto.

Perdita di una cultura che ha fatto la storia di questi laboratori, centri di eccellenza della calzatura, luoghi di apprendimento, di trasmissione, di diffusione di professionalità e know how.

Così succede che al calzaturificio Donna Carolina di Fiesso D'Artico, 28 lavoratori e lavoratrici con esperienza decennale vengano lasciati a casa di punto in bianco.

E nell'assenza totale di comunicazione, raccontano i lavoratori in presidio davanti alla fabbrica.

I vertici hanno fatto sapere che avrebbero tagliato 2 reparti produttivi interi, attraverso il sindacato Filctem Cgil.

Una condizione inaccettabile. Una situazione che stride con i grandi titoli dei giornali locali che celebrano la ricchezza prodotta nel distretto, di anno anno e indipendentemente dalla crisi. E che stride con i valori di questa gente. Il senso di responsabilità, l'impegno, la disponibilità, la dedizione al lavoro e l'affidabilità.

"Legalità e cultura", queste devono tornare le parole d'ordine del modo di fare impresa di questi territori, afferma M. Pettenò della Filctem Cgil Venezia.

Da anni il sindacato dei chimici veneziano si batte contro la mancanza di regole, per la sicurezza e la tutela della salute, contro il lavoro nero e lo sfruttamento, nel distretto. E si appella alle istituzioni locali per la tutela del made in Italy. Non è possibile portare interi processi produttivi all'estero per risparmiare sul costo del lavoro e poi certificare che il prodotto è originale italiano.

Questo modo di fare distrugge il distretto. Fa venire meno la dignità e la qualità del lavoro. Portandolo ad abbassarsi alla totale assenza di garanzie e diritti. Rinunciando alle conquiste faticosamente acquisite nel corso della storia per il lavoro.

I lavoratori hanno continuato la protesta nel pomeriggio alla sede di Confindustria a Venezia. 

Vogliono lavorare. Vogliono tornare al loro posto. 28 licenziamenti sono un prezzo troppo alto da pagare.

Sappiamo che i lavoratori molte volte hanno chiesto un confronto con i vertici. Che non è mai arrivato. Ma in cui continuano a sperare. Vogliono spiegazioni. Si sentono spiazzati ed impotenti. Sarebbe stato importante recuperare almeno il rispetto fra persone che hanno condiviso un progetto aziendale per anni, sussurrano i lavoratori. 

Ma intanto i titolari sono rimasti chiusi negli uffici.

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