Venezia, 6 giugno

Si torna a trattare alla sede di Confindustria Venezia, per i 28 licenziamenti annunciati al calzaturificio Donna Carolina di Fiesso D'Artico. Situazione sempre più pesante per i dipendenti avviliti e senza speranze, ma presenti e combattivi.

Donna Carolina è lo specchio della trasformazione in atto nella Riviera delle calzature, anche se si tende a giustificare questi modi di fare e a mascherarli chiamando in causa la crisi, la globalizzazione, la concorrenza e quant'altro.

Donna Carolina però, stranamente, non sta soffrendo di mancanza di commesse, né di un calo della domanda dei suoi prodotti, per lo più commercializzati all'estero.

Ma allora, di che stiamo parlando? Qual è il senso di eliminare manodopera in presenza di lavoro ?

Assistiamo al dilagare di una mentalità, fra i piccoli centri produttivi di calzature del territorio, per cui l'unico modo di garantirsi alti profitti, sia quello di eliminare le regole sul lavoro. 

Diritti, tutele, orari e costi, altro non sono che un onere, che impedisce agli imprenditori di "utilizzare" il lavoro secondo la flessibilità e le necessità dell'azienda.

Tutto il resto è un peso, un laccio. Che ostacola la libertà d'impresa.

Un'idea vincente? Se la qualità non è più un "must" e si devono abbassare i costi per piazzare i prodotti sui mercati, si pensa di abbattere prima di tutto il costo del lavoro.

Un modo di fare che a lungo andare dei distretti, della loro storia, della cultura e del valore aggiunto, farà piazza pulita. Con il benestare dei soggetti che oggi si mostrano accondiscendenti a questa modalità di fare impresa.

Tralasciando che questo significa "darsi la zappa sui piedi". E assicurare a chi verrà dopo un territorio dove la qualità della vita e del lavoro si è abbassata complessivamente alle logiche del puro mercato e del mero profitto.

Nell'incontro odierno in Confindustria si è tentato di far prevalere l'idea che le regole e le logiche industriali non possono essere svendute.

Perciò in questo senso come Filctem Cgil riteniamo si debba partire da una cultura diversa. Che tiene in considerazione aspetti sociali, occupazionali, produttivi e di crescita di tutte le parti del distretto.

La cultura del produrre all'estero per togliere i costi è una cultura miope e che non porta da nessuna parte.

E' un tema talmente profondo che se affrontato con la serietà e l'intelligenza dovuta, potrebbe portarci a ridisegnare un sistema evoluto e trasformato, con regole diverse e con maggior forza.

Intanto resta il fatto che alla fine di giugno se una soluzione non verrà trovata, 28 lavoratori perderanno il loro posto per essere collocati in mobilità.

Andare a produrre all'estero per tagliere i costi e gli oneri è una mentalità "stretta", che non porta da nessuna parte e va ribaltata costruendo una cultura che veda oltre, che non si fermi all'immediato, ma consideri le conseguenze, i costi e i benefici di tutti i soggetti nel lungo periodo.

 

Michele Pettenò

Filctem Cgil Venezia

 

 


 

Tessili, foto da web

 

APERTE A ROMA LE TRATTATIVE

PER IL RINNOVO DEL CONTRATTO DELLE PICCOLE E MEDIE

IMPRESE TESSILI CONFAPI PER IL TRIENNIO 2016-2019

 

Aperte a Roma le trattative tra i sindacati del settore Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil e Uniontessile-Confapi per il rinnovo del contratto 2016-2019 per gli addetti delle piccole e medie imprese dei settori tessile-abbigliamento-moda, calzature, pelli e cuoio, penne, spazzole e pennelli, occhiali, giocattoli (circa 120.000 i lavoratori ai quali si applica il contratto), scaduto il 31 marzo 2016.

Settore  questo che, a partire dal 2013, ha visto l'unificazione di tutti i contratti del comparto moda - per ultimo la confluenza del contratto tessili vari, torcitori e filatura serica - è oggi una delle eccellenze del manifatturiero italiano nel mondo, che è riuscito a difendere la propria leadership per la sua capacità di inserirsi nei mercati più dinamici, avendo saputo interpretare i cambiamenti politici, sociali, di gusto, che hanno segnato gli ultimi anni e prendere decisioni strategiche lungimiranti.

Il confronto infatti si è aperto in un clima positivo di relazioni fra le parti, “un'opportunità da cogliere – hanno ribadito le parti -  per affrontare le necessità del settore, continuare a perseguire gli obiettivi di sviluppo, innovare i processi, migliorare le condizioni e difendere la buona occupazione anche attraverso il coinvolgimento e la partecipazione dei lavoratori”.

Le parti hanno convenuto di concludere la trattativa in tempi ragionevolmente brevi, e si sono riconvocate per il 15 giugno.

Come è noto, la richiesta economica dei sindacati è di 100 euro medi (3° livello super) sui minimi tabellari. Inoltre i sindacati hanno sottolineato la necessità, attraverso il quadro normativo del ccnl, di intervenire a sostegno della contrattazione di 2° livello, prevedendo nello stesso tempo l’aumento dell’elemento di garanzia contributiva da 220,00 euro a 350,00 euro per le aziende che non concretizzino una contrattazione integrativa.

Le parti infine hanno convenuto di continuare il confronto, con due incontri tecnici nel mese di giugno, per affrontare i temi delle relazioni industriali e della partecipazione.


 

Lavoratori Donna Carolina alla sede di Confindustria Venezia, 25 maggio (foto: parliamodilavoro.it)

Non è compito del sindacato entrare nel merito delle scelte delle imprese. Ma in un contesto come quello del distretto della calzatura della Riviera del Brenta, non possiamo essere gli unici a contrastare operazioni come quelle fatte all’interno dell’azienda Donna Carolina di Fiesso D’Artico.

E’ giusto e pensiamo inevitabile, che le associazioni di categorie prendano una posizione concreta di fronte a operazioni di delocalizzazione produttiva, che lasciano all’interno del distretto solo attività commerciali.

Abbiamo da poco costituito un accordo importantissimo a tutela del marchio e del made in Italy, allo scopo di rafforzare il prodotto italiano, di tutelarlo. Dentro a questo accordo c’è un codice di comportamento etico e la ricostruzione della filiera produttiva con tanto di enti certificatori ad avallare la realizzazione l’originalità del prodotto autoctono.

Non possiamo tollerare che ci siano aziende che vendono nella rete dei negozi e soprattutto all’estero, manufatti che nulla hanno a che vedere con le attività produttive presenti nel distretto della calzatura.

Dobbiamo farci promotori e non possiamo essere i soli, di un’identificazione e una mappatura di queste "imprese", per distinguere chiaramente chi fa parte del distretto produttivo e chi nel sistema ci resta solo per motivi commerciali, ma va a produrre dove il costo del lavoro e la qualità di esso, sono più bassi.

Questa è una chiara necessità per tutelare il made in Italy e chi lavora per mantenerlo e valorizzarlo. Siamo stanchi di vedere quanto il distretto della calzatura sia vulnerabile di fronte a speculazioni di questa natura.

Basta chiacchiere, bisogna passare ai fatti.

Ci vuole forza e concretezza ma anche un intervento politico deciso per escludere ciò che squalifica l’originalità dei prodotti del nostro paese, il lavoro, la storia e la professionalità.

E’ in ballo il nostro futuro.

E non solo di legalità parliamo. Perché garantirla è indispensabile ma non basta, in assenza di una nuova cultura.

Cultura intesa come insieme di valori, pratiche, comportamenti, modi di pensare e di fare che caratterizzano un sistema. Lo rendono un organismo unico, forte, identificabile dall'esterno e capace di difendersi da ciò che ne mette in pericolo la sopravvivenza.

 

Operazioni come quelle del calzaturificio Donna Carolina attestano la non appartenenza ad un sistema che vuole vivere e crescere. E certificano il disinteresse totale per lo stare all'interno del sistema e proteggerlo.

Occorre per questo ripensare a nuove regole per valorizzare il distretto, che diventino comuni e condivise. Non ci può essere salvaguardia del distretto se non si costruisce una nuova cultura dietro, per continuare a valorizzarlo e difenderlo.

 

Riccardo Colletti e Michele Pettenò

Filctem Cgil Venezia

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