video: parliamodilavoro.it

Fatturati da capogiro, calzature conosciute ovunque all'estero, griffe tra le più importanti a livello mondiale. Ma il distretto della calzatura della Riviera del Brenta è anche altro.

E' sempre meno comunità che crea ricchezza, grazie alla sinergia di tutte le parti. E' sempre meno lavoro. Italiano, perlomeno.

Ed è sempre più ricerca fine a se stessa di profitto.

Perdita di una cultura che ha fatto la storia di questi laboratori, centri di eccellenza della calzatura, luoghi di apprendimento, di trasmissione, di diffusione di professionalità e know how.

Così succede che al calzaturificio Donna Carolina di Fiesso D'Artico, 28 lavoratori e lavoratrici con esperienza decennale vengano lasciati a casa di punto in bianco.

E nell'assenza totale di comunicazione, raccontano i lavoratori in presidio davanti alla fabbrica.

I vertici hanno fatto sapere che avrebbero tagliato 2 reparti produttivi interi, attraverso il sindacato Filctem Cgil.

Una condizione inaccettabile. Una situazione che stride con i grandi titoli dei giornali locali che celebrano la ricchezza prodotta nel distretto, di anno anno e indipendentemente dalla crisi. E che stride con i valori di questa gente. Il senso di responsabilità, l'impegno, la disponibilità, la dedizione al lavoro e l'affidabilità.

"Legalità e cultura", queste devono tornare le parole d'ordine del modo di fare impresa di questi territori, afferma M. Pettenò della Filctem Cgil Venezia.

Da anni il sindacato dei chimici veneziano si batte contro la mancanza di regole, per la sicurezza e la tutela della salute, contro il lavoro nero e lo sfruttamento, nel distretto. E si appella alle istituzioni locali per la tutela del made in Italy. Non è possibile portare interi processi produttivi all'estero per risparmiare sul costo del lavoro e poi certificare che il prodotto è originale italiano.

Questo modo di fare distrugge il distretto. Fa venire meno la dignità e la qualità del lavoro. Portandolo ad abbassarsi alla totale assenza di garanzie e diritti. Rinunciando alle conquiste faticosamente acquisite nel corso della storia per il lavoro.

I lavoratori hanno continuato la protesta nel pomeriggio alla sede di Confindustria a Venezia. 

Vogliono lavorare. Vogliono tornare al loro posto. 28 licenziamenti sono un prezzo troppo alto da pagare.

Sappiamo che i lavoratori molte volte hanno chiesto un confronto con i vertici. Che non è mai arrivato. Ma in cui continuano a sperare. Vogliono spiegazioni. Si sentono spiazzati ed impotenti. Sarebbe stato importante recuperare almeno il rispetto fra persone che hanno condiviso un progetto aziendale per anni, sussurrano i lavoratori. 

Ma intanto i titolari sono rimasti chiusi negli uffici.


 


 

 

 

 

 

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