Ritengo stimolante l’intervento del Prof. Sacchetto, docente di Sociologia del Lavoro dell’Università di Padova, apparso venerdì 16 gennaio su La Nuova Venezia.

Credo sia importante mettere sotto la lente d’ingrandimento il settore calzaturiero  della Riviera del Brenta. 

Come categoria siamo ormai impegnati da tempo in questa realtà tutt’altro che semplice. Nel tentativo di contrastare, ma ancor prima di far uscire allo scoperto, ambiti di vita e di lavoro rimasti completamente fuori dalla legalità.

 

E’ nostra l’iniziativa del numero verde, istituito apposta per consentire agli attori sociali coinvolti in questo contesto, lavoratori ma anche imprenditori, di denunciare eventuali anomalie riscontrate nel quotidiano svolgersi dell’esistenza, come soggetti economici e come cittadini. 

Sono fatti di cronaca noti a tutti i blitz della finanza, che di tanto in tanto portano alla luce la presenza di laboratori clandestini in Riviera, dove lo sfruttamento riguarda spesso cittadini di nazionalità cinese, clandestini, neppure in grado di difendersi come persone, prima ancora che come lavoratori. 

Ho scritto che molti imprenditori dovrebbero assumere “italiani anziché stranieri”, con l’intenzione di sollevare un dibattito e per contrastare una frase ormai di circostanza usata da alcune associazioni datoriali: che ai lavoratori autoctoni “questo tipo di mestiere non interessa più”.


Quando ci sono fior di disoccupati e cassintegrati, che come categoria seguiamo ogni giorno, spesso in possesso di grandi conoscenze e professionalità, che sarebbero ben felici e immediatamente disponibili a reinserirsi nel mercato del lavoro. 


Così come vorrei che il prof. Sacchetto, che ha sentito il dovere d’intervenire sul mio articolo, sollevasse qualche dubbio anche sull’affermazione fatta dal presidente di un’importante associazione del calzaturiero della Riviera.


Il 2 novembre scorso egli scriveva: “il lavoro nero qui non c’è”, come se le segnalazioni al nostro numero verde o, ancor meglio, il risultato dei blitz delle forze dell’ordine, fossero cosa mai esistita. 

Fuori da ogni dubbio i lavoratori stranieri hanno contribuito e contribuiscono in maniera determinante al sistema produttivo del nostro paese, anche nel calzaturiero e anche all’interno dei distretti industriali, realtà economiche particolarissime del nostro territorio, che sono nate nutrendosi in maniera fondamentale di relazioni sociali e valori condivisi.

Essere depositari di capacità professionali rare e richieste, secondo me è stato spesso per i lavoratori stranieri fattore d’integrazione all’interno delle comunità. 

Ma la vera integrazione, e di certo non sono io a dirlo, passa per forza attraverso l’applicazione e il rispetto di regole uguali per tutti. 

Perciò rispetto a questo, farebbe piacere sentire la reazione di qualche presidente di categoria o qualche imprenditore. Se loro infatti confermano palesemente che i lavoratori stranieri sono competenti, svolgono il lavoro in maniera egregia e contribuiscono allo sviluppo della qualità del prodotto, dovrebbero anche spiegare come mai spesso non viene loro riconosciuta la giusta professionalità e non viene dato un inquadramento adeguato alle loro capacità.


Mentre spesso vengono preferiti da certi imprenditori perché più disposti a chiudere un occhio sul livello contrattuale, su eventuali straordinari, festività o istituti di questo tipo. 

Più volte prendendo parte ad assemblee di categoria sul territorio, insieme ad alcuni rappresentanti aziendali ho proposto l’individuazione di parametri di qualità del prodotto. Una certificazione che consentirebbe di tenere alto sia il prestigio del comparto, sia il valore del lavoro necessario a svolgere manufatti artigianali di alta precisione. Le calzature della Riviera del Brenta sono quelle vendute dalle griffe più prestigiose e conosciute a livello internazionale.

Eppure, nella catena che porta dai grandi committenti ai contoterzisti e lavoratori, creatori delle singole parti che formano il prodotto finito, ciò che porta a definire il prezzo loro pagato per i manufatti realizzati, rimane ancora prevalentemente il tempo impiegato a confezionarli.


Ogni altro aspetto che riguarda ad esempio la salvaguardia della salute dei lavoratori, la sicurezza nell’ambiente di lavoro, la formazione, l’utilizzo di materiali  a norma e che comporta un esborso aggiuntivo per la piccola impresa che voglia lavorare secondo le regole, non viene tenuto in considerazione, perché l’obiettivo finale sembra ancora essere molto spesso la massimizzazione del profitto, più che la salvaguardia dell’eccellenza di un settore e di un distretto, qual’è quello della calzatura della Riviera. 

Non a caso, quando è stato fatto appello ad uscire allo scoperto e denunciare eventuali episodi o forme di sfruttamento irregolare, molte aziende rispettose delle regole, non hanno avuto coraggio di esporsi, raccontare e chiedere maggiori controlli, se non in forma strettamente anonima. Per timore di rimanere escluse dalla filiera produttiva, di essere marginalizzate e di rimanere senza commesse.


Varie inchieste giornalistiche si sono addentrate nel sistema, provando a rendere conto della complessità dei rapporti. Denunciando abusi, pratiche di sfruttamento di cittadini spesso stranieri, clandestini costretti talvolta a vivere e lavorare senza sosta all’interno di laboratori improvvisati. 


Ma anche evidenziando veri e propri esempi virtuosi all’interno della filiera. Dove il confine fra luogo di lavoro e famiglia, quasi sembra perdersi per i legami di rispetto e perfino di affetto che si creano fra artigiani e dipendenti, fra chi opera gomito a gomito, ogni giorno, scambiandosi trucchi del mestiere, pratiche ed esperienze. 


Per noi come categoria, per me come rappresentante sindacale, sarebbe  molto più semplice lasciare che il sistema si regoli da sé. Permettendo però in questo modo ai soggetti contrattualmente più forti la prerogativa di dettare legge. Quindi rinunciando a quello che è il nostro, il mio compito fondamentale come sindacalista: stare dalla parte delle regole, pretenderne l’applicazione, soprattutto a difesa dei diritti dei più “vulnerabili”.


Mi farebbe piacere se ci fosse un’attenzione mirata e specifica, capace di mettere a nudo le contraddizioni che si nascondono dentro a questa nostra realtà. 


E di sicuro, rappresenterebbe un valore aggiunto il fatto che un docente universitario di Sociologia del Lavoro, si unisse a questo nostro sforzo di comprensione, che nella maggior parte dei casi ci troviamo a compiere da soli come sindacato e come categoria.

 

Mi auguro che lei comprenda queste parole e che metta la sua conoscenza, la sua professionalità e la sua esperienza a disposizione di quelle realtà che ogni giorno vivono sempre più aspramente le difficoltà, la precarietà.

 

 Il segretario generale

Riccardo Colletti

calzature, Riviera del Brenta